«Sono di carattere ottimista, amante della storia e del folclore fin dall'infanzia ed è questa la ragione per cui ho iniziato a scrivere all'età di 70 anni e oltre.»
Nasce il nonno Giusafet (Giuseppe), patriarca della grande famiglia.
1879
Nasce Giovanni, padre di Simon. Sarà tra i fondatori del Partito Socialista a Monterenzio.
1908
Nasce Eugenio Rossi, detto Simon, alla Torre di Gragnano (Loiano, BO) il 29 maggio.
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1915
Il padre Giovanni parte per il fronte. Simon ha sette anni.
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1917–18
Lo zio Venuto capofamiglia. Simon vende lupini. Muore il nonno. Il padre torna disperso dopo 19 giorni.
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1919–22
Primo stipendio a 12 anni. Lotta agraria, nascita del fascismo, la famiglia cacciata dal fondo.
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1926–29
Fondo Cavriola di Casaglia. Simon suona le campane di San Luca. Servizio militare. Terremoto.
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1931–33
Incontra Emma Brizzi alla Casa di Sotto di Casaglia. La sposa il 30 settembre 1933.
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1933–36
Commercia piselli, fagioli e maiali. Con i guadagni acquista un cavallo. La famiglia non crede in lui.
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1935–37
Epidemia d'aborto infettivo, poi l'Aftaepizotica: strage di bestiame. La famiglia si frammenta.
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1937–41
Posteggio frutta e verdura a Via Ugo Bassi (incendio), poi ambulante, poi negozio in Via Malvolta 9.
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1942–43
Richiamato alle armi: diga di Frassinoro, poi Auresina (Trieste) guardacoste, poi Bologna.
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1943
La guerra: Jugoslavia, il capitano fascista, le fughe dai tedeschi per le vie di Bologna.
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anni '70
A oltre 70 anni, incoraggiato dal figlio Silvano che gli regala una risma di carta, scrive le proprie memorie.
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Premessa
Premessa
Parole dell'autore
Scritto a oltre 70 anni
Vorrei chiedere a coloro che leggeranno questo mio racconto di iniziare da queste poche righe di introduzione.
Quanto è scritto nelle pagine seguenti sembrerà strano anche se risponde integralmente a verità.
Sono di carattere ottimista, amante della storia e del folclore fin dall’infanzia ed è questa la ragione per cui ho iniziato a scrivere all’età di 70 anni ed oltre.
Come ho fatto a ricordare tante cose della mia infanzia? Se chiedete cosa ho fatto oggi faccio fatica a ricordarlo, ma se chiedete delle cose della mia infanzia vi posso rispondere con esattezza, perché quelle cose le ho sofferte! E’ un aspetto fondamentale del mio carattere quello di essere sentimentale con una istintiva passione per le cose del passato.
Sono stato aiutato nei ricordi da un diario in cui, fin da piccolo, conservavo i tratti più salienti della mia vita.
Non sarei sorpreso se non fossi creduto! Neppure mia moglie, più giovane di me e nata in una famiglia benestante, mi crede del tutto!
Non pensavo più a scrivere la mia storia, quando, nel giorno del mio 70° compleanno, mio figlio Silvano mi regalò una risma di carta. Fu una piacevole sorpresa alla quale non rimasi insensibile
Mi sono ripromesso di scrivere questo racconto cercando di mettere in evidenza anche i sentimenti ed il carattere delle persone, senza la cui comprensione gli anni della mia infanzia non potrebbero che apparire irreali.
Eravamo apprensivi., sempre pronti a commuoverci per qualsiasi avvenimento anche di poca importanza, nati e cresciuti soffocati da troppe credenze, cominciando dal terrore degli spiriti. Li si vedeva di notte in mezzo alle strade, ai sentieri, alle viuzze; in qualche caso qualcuno li vedeva anche di giorno.
Gli spiriti che si facevano vedere erano, secondo le credenze, morti dannati che portavano sulla terra la testimonianza delle loro sofferenze. C’erano poi le anime del Purgatorio che non si facevano vedere, ma si facevano sentire con urla e lamenti.
Sia le anime dell’Inferno che quelle del Purgatorio erano innocue. I dannati si limitavano a girare qua e là, a distanza, talvolta sdraiati sulla via. Non si dovevano molestare quelle anime in pena! Farlo significava avere una disgrazia a breve distanza di tempo per se stessi o per la famiglia.
Oggi non accade più come allora di vedere o sentire gli spiriti, ma un tempo, cresciuti nell’ignoranza e spaventati, ogni cosa diversa provocava una tale suggestione da vedere e sentire anche ciò che non esisteva.
Accadeva ai più deboli di spirito, i quali erano sempre pronti ad ingigantire le cose affinché le credessero anche gli altri.
Il mio racconto apparirà forse troppo semplice e patetico a questa nuova generazione che non vuole sentir parlare dei sentimenti, ma, se si vuole veramente capire la vecchia generazione, occorrerà descriverla come la si sarebbe descritta allora, mettendone a nudo i pregi ed i difetti e non, invece, come la si descriverebbe ora.
Ilmio intento è di fare capire ai miei figli, ai nipoti e pronipoti la verità di quei tempi, almeno come li ho vissuti, ed è per questo che la racconterà alla maniera dei miei vecchi.
Capitolo I
Una grande famiglia
Mama Granda, Pe' Grand
La Torre di Gragnano, inizi del Novecento
MAMA GRANDA, PE’ GRAND
Eugenio 'Simon' Rossi, intorno al 1980Emma Brizzi Rossi, moglie di Simon, intorno al 1980
Ilceppo generatore della mia famiglia era composto dai nonni. Il nonno si chiamava Jusafet (Giuseppe) e la nonna Madalnatta (Maddalena Monti). Avevano sette figli tutti viventi, quattro dei quali fuori casa.
Emilio, sposato, abitava ad Ozzano dell’Emilia. Cesare, sposato, era emigrato nell’America del Sud. Catiratta (Caterina) era sposata ad un commerciante di cappelli di paglia (la treccia ricavata dalla paglia di grano si faceva, a quei tempi e in quelle zone, in quasi tutte le famiglie) e abitava a San Benedetto del Querceto. Ledovina, sposata, abitava alla Fonte di Gragnano.
I rimanenti tre figli vivevano nella casa dei nonni componendo la numerosa famiglia.
Il più in gamba era Venuto ed aveva a sua volta sette figli: Giuseppe, Elisa, Zelinda, Ubaldo, Alfonsina, Orsolina, Tonino. La moglie si chiamava Caterina.
Luigi, detto Luigiol, aveva due figlie, Pia e Maria e la moglie Clementina detta Climintatta.
Giovanni, detto Juvani, “pèder” del protagonista Eugenio, detto Simon, di Giorgio detto Palunzein ed Aldo detto Rudlein con la moglie Emilia Ghini, “mi medar”.
In famiglia viveva anche un buffo garzone, che non pretendeva paga ma voleva vivere con noi, di nome Franscon (Francesco).
In totale la famiglia era composta da ventuno persone.
Il nonno — capofamiglia — era uomo forte, capace, molto buono d’animo e di carattere ottimista. Sempre allegro ed altruista, quando ne aveva la possibilità, beveva un bicchiere in più senza mai ubriacarsi. Era un uomo molto arguto, alla Bertoldo, nato il 12 Agosto 1837 (analfabeta).
La nonna meritava veramente il nonno. Era molto spiritosa, dal ragionamento sensato e convincente, stimata da tutti soprattutto per l’imparzialità nella sua funzione di Azdoura. Molto bella ed alta di statura, con piglio giovanile, indossava, come tutti gli altri, vestiti molto modesti (fatti con le proprie mani) di mezza lana tessuta al telaio.
Era sempre ordinata, si curava molto e la sua “bellezza” si componeva di quattro elementi: la fiera imponenza, l’esemplare onestà, l’ordine, la pulizia. Portava sempre un busto di quelli all’antica con stecche di metallo disposte a ventaglio. Pur essendo già molto vecchia, aveva un’andatura energica come quella di una ragazzina. Le rughe della vecchiaia si notavano poco; aveva sempre un bel viso fresco, tanto che tutti si meravigliavano e le chiedevano come facesse a conservarsi così. Lei rispondeva: “E’ facile! Basta non pensare mai alla vecchiaia! “.
Aveva ancora i suoi folti capelli, neri con poche eccezioni e ben pettinati. Si faceva le trecce formando in testa un elegante “pipullo”. Così era chiamato quel modo di arrotolare i capelli.
Dopo aver svolto in casa le sue mansioni da Azdoura, trovava un po’ di tempo per andare nei campi a dare sfogo al suo istinto: il canto. Conosceva tante belle canzoni antiche, ma la sua preferita era sempre “il bel mazzolin di fiori cal vein da la mountagna”. Quando si cantava in coro, a lei piaceva fare da primo
C’era chi diceva che si tingeva di nascosto i capelli, ma per noi l’unico difetto era la sua troppa religiosità. Non si poteva mai fare fughino dalla messa nei giorni festivi, e questo ci infastidiva parecchio. Quanti rosari ci ha fatto ascoltare!
Lo zio Venuto era il padre di sette figli, ma si può dire di dieci perché anche noi, figli di Giovanni, ci sentivamo protetti da lui. Era il più in gamba della famiglia, fungeva da braccio destro del nonno, dandogli consigli più moderni ed aiutandolo negli affari. Per le sue doti e le sue virtù assomigliava molto al nonno, ma per il suo portamento slanciato e imponente alla nonna.
In ordine d’età erano: Giuseppe, detto Jusfein, già giovanotto sui 15 anni e molto maturo per la sua età. Era già distaccato dai ragazzi e stava coi grandi e finché fui piccolo mi dava soggezione. Era un ragazzo un po’ gobbo e vivace, ma di una vivacità molto seria che lo rendeva adatto alla compagnia degli uomini adulti. Era molto generoso ed era il prediletto di mio padre.
Elisa la ricordo sui tredici o quattordici anni. Faceva già parte del gruppo dei grandi come Zelinda: poco spiritosa, molto posata e bellina. Ubaldo faceva parte del mio gruppo, il gruppo dei ragazzi ed aveva due anni più di me. Aveva paura dei topi.
Alfonsina era una bambina completa, nata adulta, mentre Orsolina, nata dopo di me, era una bambina di indole brillante. Suo padre, per darle un nome appropriato, a volte la chiamava “stambecco”.
Lo zio Luigiol si distingueva per il personale e per le sue battute spiritose, ma soprattutto perché era un famoso suonatore di clarinetto ed un eccezionale fischiatore, capace di tenere veglie da ballo in gran parte a suon di fischi. La moglie Clementina era invece caratteristica per le sue stravaganze. Era così mattacchiona che, quando i bambini rimanevano a casa con lei, era un carnevale. Un giorno, in cui eravamo rimasti sotto la sua custodia, ci mandò fuori di casa dicendoci che voleva farci una sorpresa. Quando ci chiamò aveva fatto i tortelloni, che, a quei tempi, erano una cosa eccezionale. Ma la sorpresa fu che nei piatti vi era un solo tortellone grande quanto tutto il piatto. Quanto ci divertimmo e quanto mangiammo!
Le loro figlie Pia e Maria (poiché Luigiol era il fratello più vecchio) erano già due ragazze e tutte e due erano fidanzate con due fratelli, Joffa ed Emilio.
La casa natale alla Torre di Gragnano, LoianoIl mattone con la data: il podere risaliva al 1878
Giovanni, mio padre ed Emilia, mia madre, avevano tre figli: Eugenio, Giorgio e Aldo.
Capitolo II
Simon
Eugenio detto Simon
Torre di Gragnano, 29 maggio 1908
Sono nato alla Torre di Gragnano, comune di Loiano, provincia di Bologna, il giorno 29 maggio 1908 alle ore 15, giorno della Ascensione e denunciato per errore il giorno 30 dello stesso mese di maggio.
I miei genitori raccontavano che ero un bambino molto precoce ed io ricordo bene quando, all’età di quattro anni, i bambini della prima classe, quando ritornavano indietro dalla scuola, mi dicevano dei” brutti nomi” chiamandomi: Botto, Botto! [Rospo]
Per vendicarmi tiravo loro dei sassi. Ero manesco e mia madre per questo mi picchiava. Credevo che mia madre avesse torto e ne soffrivo molto e tutto ciò accadeva per la mia corporatura goffa e la salute precaria. Ero pieno di bruffoli in tutte le parti del corpo ed avevo una grossa pancia a causa dello scarso nutrimento. Ero più grosso che alto e per accostare un nome alle mie proporzioni mi chiamarono “Simon” tanto che, all’infuori dell’Anagrafe, pochi ancora oggi sanno che mi chiamo Eugenio.
Pur essendo piccolino, essere chiamato col soprannome di Botto mi faceva andare in bestia. Capivo che non era giusto, perché la mia corporatura goffa era dovuta alla sofferenza. Ma questo soprannome durò poco finché, appunto, fui chiamato Simon.
Ero di temperamento violento, guai a chi mi toccava perché rispondevo a calci ed a pugni. Fossero grandi o piccoli, non avevo paura di nessuno e questo era già un grosso vantaggio perché, quando cominciavo a litigare ero ben deciso a vincere.
Non mi ritenevo un delinquente come mi chiamavano tante volte i miei amici. Quando credevo di avere ragione, potevano anche ammazzarmi di botte, ma io dovevo dire l’ultima parola o tirare l’ultimo calcio. Per questo pochi si azzardavano ad attaccarmi; sapevano già di sicuro che avrebbero perso oppure avrebbero dovuto ammazzarmi. Mia madre, poveretta, non sapeva più come fare per educarmi. Aveva dovuto arrendersi poiché ad ogni sculacciata davo di ritorno un calcio. Per aiutarla, mi dicevano che a picchiare la mamma non si rimaneva sepolti neanche dopo la morte. Questa minaccia era la sola cosa che mi impaurisse un po’, ma l’unica punizione che subivo era quando mi rinchiudevano nel porcile. Non avevo paura dei maiali, non avevo paura di niente, mi sentivo solo un po’ umiliato. Lo zio Venuto, che mi voleva molto bene, veniva a liberarmi. Mi rendevo conto che anche gli altri mi volevano bene e, sebbene dovessero sopportarmi così ribelle, erano, anche se in silenzio, orgogliosi di me. Al punto che quando cominciai ad andare a scuola avevo moltissimi amici. Tutti volevano stare con me per non essere toccati da nessuno, soprattutto quelli della mia famiglia.
Quando stavo a casa da scuola, non ci andava quasi nessuno; questo accadeva spesso poiché ero un po’ “somaro” e il maestro mi picchiava con la bacchetta sulle dita. Le botte non le volevo da nessuno, tanto meno dal maestro. Per non doverlo attaccare con calci e pugni, andavo fino alla scuola e poi tornavo indietro fermandomi lungo la strada a giocare a piastrelle con qualche amico che faceva “fughino” con me.
La nostra moneta a quei tempi era costituita dai bottoni. Nessuno si azzardava a fare la spia ai miei genitori perché non avrebbe fatto il proprio interesse; inoltre mi rispettavano perché ero onesto e leale con tutti. Quando era l’ora dell’uscita dalla scuola io ero lì a prenderli e durante il cammino, circa tre chilometri, si giocava assieme con i bottoni e le piastrelle. Era l’unico divertimento dei bambini di quei tempi.
La strada di casa era l’occasione per fare tante altre cose. Vicino alla Fonte, borgata di piccole dimensioni, vi era una “Botte”. Così chiamavano un laghetto artificiale la cui acqua faceva funzionare un mulino utilizzato per macinare il grano ed anche le castagne. Li c’era un corso d’acqua limpida con tanti pesciolini ed era una gioia per i bambini potere “paciugare” e cercare le piastrelle scivolose per giocare ai bottoni.
Un dé mi pedar al des:
fiol mi dim parché quand at ve a scola
tve fein là e pò et touren indri?
Parché al mi master, ad nom Cusein
aglj’a bela picé a se
con la bacatta sol mi man.
Te ti mi pedar e ti rispetto
ma par derum l’education
ta ne mai druve bacatta.
Elo cle master, cal per bon
am vol insgner qual c’an so brisa
coi znuc sol furninton.
1917
C’erano molti fiori, soprattutto margherite gialle, con una buona alberatura ed uno spiazzo duro, di sabbiolina fine, dove fare scivolare le nostre piastrelle. Quel posto, seppure fuori mano, era molto invitante e così si faceva sempre tardi nel rientrare a casa ed all’arrivo erano sempre sgridate o botte.
Se non fosse stato per me non ci sarebbero andati: ero io il capo-banda e tutte le colpe erano le mie!
Quando non si andava a visitare il mulino, si andava a fare furtarelli dettati dalla necessità perché il mangiare non bastava.
Andavamo a rubare pere, mele, nespole, lazzeruole, sorbole. Acerbe o mature, per noi andava tutto bene: eravamo di bocca buona! Ma quando ci arrivavano addosso erano dolori e frustate in quantità. Tante volte si arrivava a casa con grossi segni sulle gambe nude ed i nostri genitori facevano il resto, sia pure a malincuore. Capivano il motivo di quei furti, ma allora le cose andavano cosi.
Da capo-banda mi appiopparono un altro soprannome che mi rimase per un lungo periodo di tempo: Simon detto “Pudrecca”. Quest’ultimo derivava probabilmente da un personaggio eroico delle nostre zone o forse anche nazionale, emigrato si diceva in Francia e divenuto generale della Legione Straniera.
Per questo mio carattere così strambo mi portarono un giorno dal prete e mi fecero dare la benedizione. Ricordo molto bene che il prete mi dette una bella medaglia da portare al collo, dicendomi che, da allora in poi, non dovevo fare il cattivo e non dovevo usare mai più violenza. Purtroppo quella medaglia fu motivo, il giorno seguente, di una nuova violenza per la quale dovetti restare rinchiuso nel porcile un giorno intero. Quella medaglia la facevo vedere a tutti e quel giorno —si era verso la metà di luglio, tempo di mietitura — i nostri uomini stavano “imbovinando” l’aia.
Il grano veniva trebbiato con un grosso apparecchio di legno chiamato battitore, che aveva alla estremità verticale tanti ferri smerlati per fare incisioni sulle spighe. Veniva trainato da un paio di buoi intorno all’aia, dove era già ben distesa una certa quantità di frumento da sgranare; l’aia doveva essere prima ben raschiata ed imbovinata. Ciò consisteva nel preparare un grosso recipiente di legno, per esempio una mezza botte, pieno d’acqua e nel metterci dentro feci di bovini fino a far diventare il tutto un impasto omogeneo. Veniva immerso un frascone fatto appositamente di piccole piante con tutte le foglie e trascinato per l’aia fino a formare un certo spessore di quella “bovina” che, essicata al sole, era utile alla battitura del grano perché formava una specie di asfalto.
Quel giorno dunque, con un amico della Casa del Bosco, mi trovavo vicino a quel mastellone e facevo vedere la mia medaglia.
Con un gesto dettato dall’invidia me la strappò buttandola dentro al mastellone ed io, senza pensare a quello che il prete mi aveva detto il giorno prima, detti un deciso spintone al ragazzo buttandovelo dentro. Fu ripescato per fortuna immediatamente; era in cattive condizioni,ma se la cavò. Non cercai mai più quella medaglia e neppure mia madre cercò di farmene dare un’altra. Non mi picchiò neppure, solo mio padre mi prese e mi portò nel porcile. Non mi faceva paura perché non mi aveva mai picchiato e poi, di nascosto, lo vedevo sorridere.
Ero strano, rubavo, ero il capo-banda, le iniziative erano sempre le mie, ma ero anche religioso come tutta la nostra famiglia e non mi sembrava di fare peccato. Anche la dottrina mi spiegava che Dio era misericordioso e che voleva bene soprattutto ai poveri e col mio piccolo cervello non riuscivo a credere che quel Dio volesse che io e gli altri come me morissimo di fame.
Pur essendo religioso, infatti, ero tranquillo e riuscivo a credere che quando andavo a rubare per fame ero ispirato da Lui. Questo era il mio modo di credere in Dio, ma, quando mi arrivavano addosso con tante frustate, mi chiedevo perché non mi avesse protetto. Forse era una punizione meritata per un’altra vita, così dicevo io che avevo sempre creduto nella reincarnazione. Questi erano i miei modi di pensare durante l’infanzia. Stavo sempre al fianco dell’indifeso, dei miei coetanei, dei vecchi mendicanti: il mio cuore non sopportava le ingiustizie.
Era un giorno d’inverno con una neve alta sessanta o settanta centimetri: giorno di festa grande perché ero stato chiamato da mio padre. “Noi uomini - mi disse - dobbiamo spalare la neve. Prendi quel ‘palozzo’ di legno ed aiutami a fare la ‘rotta’, tu che sei tanto bravo!” Mi sentii importante, mi piaceva spalare la neve e mi sembrava di essere un uomo adulto. Ad un certo punto iniziammo la rotta verso i porcili, che stavano in basso sotto casa. Si lavorava in discesa ed era molto meno faticoso perché la neve la si buttava verso il basso. Vicino ai porcili vi era un largo spiazzo ed attorno c’erano delle piante di olmo. Volli fare uno scherzo a mio padre ed egli lo accettò con grandi risate. Era felice quando mi aveva con sé e molto orgoglioso di me; perciò io ne approfittavo per scherzare con lui. Così, ad una pianta di olmo carica di neve, detti un colpo forte con la pala; l’albero, che non era molto grosso, lasciò cadere giù tanta neve che quasi ricoprì mio padre. Eppure bastarono poche parole per spegnere tutta la mia gioia. Mio padre, credendo di farmi piacere, mi disse: “Questo spiazzo lo dobbiamo spalare per bene perché domattina dobbiamo uccidere il maiale. Ci vuole molto spazio anche per poter raccogliere il sangue”.
Questo avvenimento rendeva curiosi tutti i bambini, ma, pur essendo molto coraggioso, fu per me una pugnalata. Avrei voluto tenere segreto quel mio malumore, soprattutto per non compromettere la mia dignità di ragazzo che non aveva paura di niente.
Mio padre aveva notato l’improvviso cambiamento, ma non ne aveva capito il vero motivo. Mi tempestava di domande ed io rispondevo: “Pe, mé a stag bén”. Allora padre in dialetto si diceva ‘Pe’.
Mi portò in casa per paura che fossi ammalato, col rimorso di avermi chiamato a spalare la neve. Lo vedevo soffrire e, per renderlo tranquillo, feci quattro salti e cercai di vincere il mio terrore.
La mattina seguente, per non fare capire a nessuno il mio disappunto, mi alzai assieme a tutti gli altri bambini curiosi di vedere il maiale, ma, per non sentire l’urlo ed il singhiozzo strozzato quando gli davano la coltellata in gola, sparii. Mi cercarono per alcune ore, finché mi trovarono alla borgata della Fonte a casa della zia Ledovina. Avevo sfondato la neve con grande fatica per non assistere a quel triste spettacolo, anche se mi rendevo conto che per il maiale era destino.
Non sapevo in quale altro modo si poteva dare fine a quella povera bestia, ma quello, per me, era un sistema barbaro.
Tre o quattro ore prima dell’uccisione si metteva al fuoco un grosso paiolo pieno di acqua, utilizzando la legna procurata giorni prima. Questo avveniva prima dell’alba, mentre al mattino, molto presto, arrivava il macellaio di professione: quello era il boia!
Quattro o cinque uomini, con le maniche della camicia rimboccate, stavano pronti, come in agguato. Il padrone di casa allungava al maiale dei granelli di ceci o fave fuori dalla mangiatoia per ingannarlo, mentre l’aiutante del boia gli conficcava nel naso un uncino ben appuntito che teneva in mano, trascinandolo poi spesso anche lontano a seconda della comodità della casa o dello spiazzo.
Giunti al punto voluto, tra urla che rimbombavano da una parrocchia all’altra, i quattro, cinque uomini in attesa gli saltavano addosso immobilizzandolo. Il macellaio pronto gli piantava il coltello in gola, mentre qualcuno con una grossa terrina raccoglieva il sangue. Anche quello andava mangiato.
Capitolo III
Aldo
Il fratello adottato
L'adozione, i primi anni di vita
Aldo era il più vecchio dei miei fratelli ed era stato adottato. Prima di lui c’era una bambina di nome Zelinda, la primogenita, morta all’età di cinque mesi. Fu la morte di questa bambina a provocare un terremoto nei sentimenti della giovane coppia. Avevano atteso quella bimba con grande desiderio, imponendosi dei sacrifici, perché, costretti dalla sorte, si erano sposati senza il ‘becco’ di un quattrino. A quei tempi, per fortuna, l’arredamento non si usava e forse anche questo era voluto dalla sorte.
Giovanni ed Emilia, i genitori di Simon — ritratto degli anni '30
Le case coloniche erano vere topaie: non c’era il bagno, non c’era il gabinetto. Per secchiaio si usava un lastrone di tufo con un buco e due o tre tegole (i copp), incanalate l’una sull’altra attraverso il muro, che portavano fuori certe acque senza importanza, mentre le lavature dei piatti sempre piene di mosche venivano messe in un apposito mastellone, posto in un angolo; erano così conservate come broda per i maiali. L’acqua veniva prelevata da pozzi esterni riempiti con acqua piovana, rifugio di microbi e di altri animaletti che si vedevano ad occhio nudo, come rospi e girini. Una volta all’anno si faceva la disinfezione buttandoci un sacco di calce viva. Per bere si usava una mestola che serviva per tutti. Di notte, per i propri bisogni, c’erano gli ‘urinari’ che emanavano sempre un cattivo odore, mentre di giorno c’era il bosco lì vicino, con molti sambuchi e tante ortiche, dove ci si poteva nascondere a piacere. Le case in generale erano sporche ed in molti casi all’interno non erano intonacate. Il padrone, ogni tanto, mandava il bianco per imbiancare la stalla per paura dell’afta-epizootica, grave malattia del bestiame, che a quei tempi si diffondeva spesso. Ma per le case l’imbiancatura non importava e, se moriva un contadino, in fin dei conti il padrone non ci rimetteva niente. Noi eravamo dei buoni cristiani soltanto quando si andava in chiesa ad ascoltare la messa e la predica del prete, ma fuori dalla chiesa eravamo considerati solo come strumenti da lavoro ed animali senza cognizione.
Mio padre e mia madre, per potersi sposare, si erano adattati in un camerone a pian terreno sollevato da terra e con un pavimento di assi mal connesse. Quel camerone veniva chiamato androne o topaia perché, prima di allora, era stato una specie di magazzino dove venivano deposti tanti prodotti raccolti nei campi e di conseguenza era un po’ la casa dei topi.
Non appena la cicogna annunciò l’arrivo di un bambino, misero a disposizione le loro poche lire per comperare delle ‘arelle’ ed un po’ di gesso. Tagliarono dal bosco alcuni pali, inchiodandoli alle travi sporgenti e fissarono le arelle intonacate col gesso con appositi chiodi. Cos’i il modesto divisorio fu fatto. I buchi dei topi furono turati. Furono messe all’interno delle punte di vetro per sfrattare quegli incomodi inquilini e per paura che l’atteso neonato venisse mangiato o anche solamente morsicato.
Tutti gli ambienti erano freddi; alle piccole finestre si usava mettere, al posto del vetro, della carta bianca, che unta con un po’ di grasso, lasciava meglio passare la luce. In quella camera, per quel grande evento, erano state cambiate molte cose: persino il letto, perché quello che avevano fatto il giorno del loro matrimonio era traballante ed improvvisato con legno vecchio e tarlato. I letti allora venivano fatti in famiglia con due cavalletti di legno tagliato dal bosco e con alcune assi nuove segate a mano da un tronco di quercia. Un grosso paglione, robusto involucro di tela di ortica, veniva riempito con foglie di granoturco: quello era il materasso. La coperta, con poche eccezioni, era buona ed imbottita con lana di pecora. Era una tradizione e tutte le ragazze, quando si sposavano anche con poco o niente, la coperta pesante, fatta magari con grandi sacrifici, dovevano averla. Altrimenti si moriva dal freddo.
In quella camera, così mal livellata che, per tenere in pari il letto, avevano dovuto fare una gamba più lunga per non dover spostare un pezzo di mattone, era stata preparata una culla molto bella e caratteristica fatta a mano coi ‘brell’ e con un orlo intrecciato artisticamente. I piedi erano fatti di legno ed intessuti anch’essi coi brell; fra quel letto e quella culla era stato inserito un mattone incassato a metà nel muro con sopra un candelabro (bugia) ed un tronchetto di candela quasi del tutto consumato. Sopra alla culla c’era il santino prediletto: Santa Lucia. Dopo poco la bimba morì.
Tutto questo, per qualche mese, rimase al suo posto poiché, dopo la morte della bambina, nessuno dei due osava rimuoverlo. Restarono chiusi in silenzio col loro dolore, finché nei due si formò la convinzione che non avrebbero più avuto altri figli. Da quel momento decisero di andare a Bologna per avere le informazioni necessarie per adottare un bambino.
Così i miei genitori raccontavano la loro storia.
In una giornata tiepida partirono da Loiano con la corriera che allora era trainata a cavalli. Durante il viaggio non ebbero neppure il tempo di ammirare il suggestivo paesaggio attraversato, verde e spumeggiante di frescura, perché fra il calpestio dei cavalli in corsa, si scambiavano in continuazione le parole necessarie a quella eventuale adozione. Lo prendiamo maschio o femmina? Lui l’avrebbe voluto maschio, lei, invece, diceva di no, ma faceva una smorfia. Prima di arrivare a Bologna fecero una sosta a Pian di Macina per salutare un parente e ripartire poi il giorno seguente. Dissero ai parenti che sarebbero andati a fare una passeggiata lungo il fiume e si incamminarono per un breve viottolo.
La campagna mostrava in quei giorni tutti i suoi frutti meravigliosi, ma nulla riusciva a distogliere quella coppia dal proprio scopo. Solo uno stormo di colombi che volteggiavano li fece sussultare e dire a vicenda: “E’ di buon augurio”.
Il caso, oppure il destino, volle che la loro attenzione, rivolta al cielo per seguire i colombi, fosse distolta dal lamento di un bambino. Dovettero avvicinarsi ancora al fiume per vedere da dove venisse quel pianto.
Bastarono poche decine di metri per scorgere un bambino che gemeva, seduto su uno spiazzo di sabbia, ad una ventina di metri dal corso d’acqua, tanto sporco da sembrare un ‘balocco’ di terra e con le mani imbrattate di sabbia mista alle proprie feci.
Quel bambino, dell’età di sei o sette mesi, tacque all’istante non appena comparve quella giovane coppia. I suoi occhi si riempirono di gioia e le manine si tesero verso i nuovi venuti: sembrava che li conoscesse da tempo.
Non fecero in tempo a fargli il primo complimento che mia madre se lo trovò stretto al collo. Lo coccolò un poco per convincerlo a staccarsi, mentre con un fazzoletto puliva il naso da cui pendeva un grosso ‘moccolo’. Si avvicinò al corso d’acqua per lavare il viso raggiante e sorridente e si guardò attorno gridando ad alta voce per vedere se c’era qualcuno. Nessuno rispondeva ed a Giovanni e ad Emilia, molto religiosi e predisposti, parve che Iddio avesse loro inviato un angelo dal cielo.
Si guardarono in viso e, senza fare altri commenti, perché non volevano pensare che qualcuno potesse portare loro via quella creatura, si incamminarono lungo il fiume passandoselo l’un l’altro, in cerca di colei che non avrebbero mai voluto trovare.
Dopo circa un chilornetro trovarono una contadina che stava facendo bucato. Le chiesero se sapeva di chi potesse essere quel bambino ed ella rispose con un gesto di amarezza: “Lo so, ma è lo stesso che dire: non è di nessuno! E’ di una povera ragazza orfana a cui nessuno ha insegnato cosa vuoi dire essere mamma. Si dice che il padre sia un capoccia, ma lei non vuole o non può dire chi è! La ragazza lo porta lungo il fiume e ritorna a prenderlo dopo poco o molto tempo a seconda dei casi. La gente lo sa ed ogni tanto qualcuno glielo soccorre. Appena finito qui, andavo io a vedere se c’era”.
Il bambino stava silenzioso, stretto al collo di mia madre, aggrappato come a dire: “Nessuno mi tocchi!”. La contadina, convinta di fare un piacere, allungò le braccia verso il bambino per togliere l’incomodo a mia madre. Aldo, così si chiamava, fece uno strillo e quel gesto e quella espressione volevano dire:
“Questa è la mia mamma”.
“Perché non lo prendete voi? — disse allora la contadina rivolta a quella coppia di giovani sposi — Non lo vedete? E, già vostro! Non vuole più nessun altro”. Mio padre disse, senza contorni di parole, che loro avrebbero voluto quel bambino e la contadina, anticipando una domanda che lui voleva farle, lo pregò di allontanarsi affinché potesse dargli dei consigli, dal momento che il mormorìo di quelle acque le impediva di spiegarsi bene. Nel frattempo erano giunti in un piccolo spiazzo dove pascolava la capretta della contadina. Era legata, ella disse: “Stiamole lontani: il bambino potrebbe avere paura. Avrete il bambino se farete come vi dico. Tenetelo con voi e prendete il sentiero che porta sulla strada principale: poco lontano c’è la Caserma dei Carabinieri. Loro conoscono la situazione del bambino e della madre; vedrete che vi aiuteranno perché qui i Carabinieri contano molto e saranno senz’altro d’accordo. Se nel frattempo qualcuno cercherà del bambino andrò io là dove l’avete trovato ad aspettare la madre. Andate tranquilli e buona fortuna! “.
Camminando lungo quel sentiero scomodo e stretto non vedevano dove mettevano i piedi, poiché i loro occhi erano sempre attratti dai sorrisi e dalle smorfie del bambino.
Quando passarono accanto ad un cane da caccia che abbaiava - forse stava per ‘scovare’ la lepre - il bambino, invece di avere paura, rideva come se avesse capito tutto e si sentisse già protetto ed al sicuro.
Giunti alla Stazione dei Carabinieri, furono introdotti dal maresciallo. Questi li ascoltò con simpatia per il gesto che stavano per compiere con tanto entusiasmo. Aveva già intuito lo stato d’animo di quei due giovani sposi che tremavano per la paura che non fosse loro concesso il bambino. Perciò, prima di ogni altra formalità, li volle tranquillizzarci dicendo che il bambino era già loro o per lo meno avrebbe fatto tutto il possibile perché questa adozione fosse possibile.
“Datemi le vostre generalità – disse - e portatevi sin d’ora a casa il bambino; non consegnatelo a nessuno finché non ve lo dirò io. Custodite questo angioletto e forse sarà vostro per tutta la vita. Non muovetevi più: faremo tutto noi e penseremo alla madre per tutto il resto”. E li congedò.
Quello fu il momento più bello della loro vita. Andarono a salutare i parenti che dettero loro qualche cosa per coprirlo un po’ e dopo un paio d’ore si diressero verso casa.
Quell’incontro segnò profondamente la vita di mio padre e di mia madre.
Capitolo IV
Gli anni della guerra
1915–1918
Il padre parte per il fronte, Simon ha sette anni
IL 1915
Quando ebbi raggiunta l’età di sette anni, cominciarono per me i pensieri. Pensieri da adulto, come del resto era per tutti i bambini di quei tempi, resi responsabili dalle tribolazioni.
Giovanni Rossi in divisa militare durante la Prima Guerra Mondiale
Da qualche mese avevo cominciato a piangere di nascosto, come i grandi, perché mio padre era partito per il fronte. Per non vederlo partire, mi ero nascosto nel fienile, dove andavo quando avevo bisogno di piangere. Mio padre mi cercò - eravamo due grandi amici - e mi abbracciò dicendomi: “Aldo è più grande di te ed è tanto bravo, ma tu sei già un ometto. Vogliatevi bene, stai vicino alla mamma, fatti aiutare e scrivimi ogni tanto”. Poi scappò quasi di corsa voltandosi indietro e gridando:
“Tornerò presto!”. La mamma era disperata, ma si comportava con dignità e, quando voleva piangere, si nascondeva come facevo io. La cosa non mi sfuggiva e ne soffrivo, anche se cercavo con tutte le mie forze di tenerlo nascosto. Aveva, come me, paura di non rivederlo più.
La mamma non sapeva più come nascondersi perché io la seguivo di nascosto. Cercavo di fischiettare, sia pure a malincuore, per sollevarla; quando mi vedeva spuntare si affrettava ad asciugarsi gli occhi. Provavo soddisfazione perché mi sembrava di riuscire nel mio intento.
Ma un giorno provai una grande amarezza. Per puro caso trovai una lettera di mio padre che la mamma aveva perso. Io non sapevo ancora leggere: facevo la prima ed allora in prima si facevano solo le aste. Cercai un amico di terza classe — era il massimo degli studi di allora — perché me la leggesse.
Il mio papà rispondeva a mia madre dicendole: “Ho sentito dalla tua lettera che il mio ometto cerca di consolarti di nascosto senza farlo capire. Quando ho letto questo mi sono commosso. Lascialo fare, non dirglielo mai. Dagli tanti baci per me. Presto tornerò di persona perché spero nell’esonero, appena torno dalla trincea. Mi hanno già notificato che è arrivata la domanda. Arrivederci fra un mese”.
A soffrire per la mancanza di mio padre non eravamo solo io e la mamma: soffriva anche Aldo. Insieme commentavamo la nostra sventura, mentre Giorgio, il più piccolo - non aveva ancora 4 anni - ne sentì la mancanza solo nei primi tempi.
La partenza del babbo mi aveva sconvolto, ma anche responsabilizzato ed aveva perfino falsata la mia naturale caratteristica di bambino ottimista. Le mie battute le facevo sempre in rima, ma ora era tutta una finzione per non demoralizzare anche gli altri. Soprattutto la mamma, che anche l’anno precedente aveva sofferto per un grave inconveniente occorso a mio padre a causa della caccia.
Mio padre allora aveva 36 anni ed era non solo un grande appassionato di caccia, ma anche, seppure clandestinamente, un famoso cacciatore. Allora c’era molta selvaggina e mio padre cacciava insieme ad un amico della Fonte, di nome Attilio Cenerelli, da noi chiamato ‘Tiglien’. Assieme formavano un gran patrimonio di miseria, ma era una cosa questa che allora andava di moda! Le loro doppiette a bacchetta le avevano comprate e mantenute con grandi sacrifici andando spesso nel bosco a fare fasci di paletti per impalare la vigna, naturalmente di nascosto al padrone. Si vendevano abbastanza bene, soprattutto a coloro che non avevano bosco. Un brutto giorno furono sorpresi dai carabinieri mentre si trovavano a caccia in un boschetto vicino alla borgatina chiamata ‘Le Vigne’. Riuscirono a fuggire attraverso il bosco, ma mio padre, nel fuggire, aveva perduto il cappello ed aveva lasciato nelle mani dei carabinieri un pezzo di giacca strappatosi nella fuga.
I carabinieri fecero le indagini ed arrivarono a mio padre attraverso il cappello ed il pezzo di giacca. Il resto della giacca lo aveva già buttato via, ma il cappello gli andava di misura e per questo fu quindi denunciato. L’amico non venne mai scoperto e neppure mio padre fu punito, ma si dovette tenere il fiato sospeso per più di 60 giorni in attesa della sentenza.
Per noi la galera era la rovina totale di una famiglia: oltre alla pena per la reclusione c’era la cattiva fama che ne derivava.
Si arrivò finalmente al giorno della sentenza. L’avvocato difensore di mio padre era il Signor Dall’Olio di Loiano. Fu lui che, in un clima un po’ comico, prese il cappello accusatore e se lo mise in testa dicendo ai carabinieri ed al giudice: “Mi sta di misura: non sarò io per caso?”. Poi lo mise sulla testa del carabiniere: “Sta bene anche a Lei! Come facciamo?”. Mio padre fu assolto per insufficienza di prove, ma tutto ciò accadde solo tre mesi prima che partisse per il fronte.
Quella guerra durò ancora tre anni e furono anni duri per me e mia madre, che soffriva anche a causa del mio carattere ribelle. Ero molto bravo alla dottrina perché lì non mi picchiavano e questo ricompensava un po’ la mamma. Le mie preoccupazioni ed il mio comportamento furono sempre gli stessi anche se tutti gli avvenimenti mi fecero maturare in fretta.
Mio padre, attraverso le lettere scritte alla mamma, mi parlava sempre e, anche se lei gli faceva presente le mie ribalderie, non mi sgridava mai.
Durante la guerra lo vedemmo due volte. Una, quando venne a casa con l’esonero per tre mesi, l’altra, dopo la grande ritirata. Giunse, sbandato, fino a Vignola dove restò solo pochi giorni. Da lì venne a casa e noi restammo male nel vederlo. Credevo che me lo avessero barattato, tanto era brutto ed irriconoscibile. Pesava circa 60 chili quando era partito ed ora era un uomo che pesava un quintale, gonfio come un pallone.
Lo riconobbi solo perché mi dissero che era mio padre, ma tutto questo mi aveva reso molto freddo nei suoi confronti e ciò lo amareggiava molto. Aldo mi diceva: “Io l’ho riconosciuto subito, tu no!” Ed io rispondevo: “Sì, invece!” Ma, maledivo chi me lo aveva trasformato.
Giorgio invece non lo riconobbe, ma diceva: “E’ tanto buono quell’uomo lì. Tutti gli vogliono bene. Lo zio Venuto mi ha detto di chiamarlo ‘Pe’ altrimenti mi sgrida”.
Eravamo alla fine della guerra e stavo per compiere 9 anni; capivo bene che tutto ciò era dovuto alle sofferenze della guerra. La mamma mi aveva spiegato che il babbo aveva una specie di malattia e che doveva ripartire per essere ricoverato in ospedale. “Guarirà presto” le aveva detto il dottore, e l’aveva incoraggiata dicendole che, secondo lui, la guerra era alla fine.
Il babbo scrisse dall’ospedale di Verona dicendo che stava bene e stava calando di peso. Restò all’ospedale 4 giorni per poi ritornare al fronte.
Tornai ai giochi ma, per non giocare ai bottoni che mi creavano tanti guai, inventai un altro gioco. Anche per distinguermi dagli altri, mi dedicai all’apicoltura, prima per gioco poi per passione. Tutti dicevano che ero strano, ma il mio impulso era più forte di me e perciò lo seguivo di nascosto.
In quelle campagne verdi e nei boschi pieni di fiori selvatici un altro avrebbe cercato margherite, ciclamini, papaveri e tante altre piante meravigliose. Molti le raccoglievano per portarle al prete, alla scuola, alla maestra od alle grandi feste della parrocchia. C’era chi raccoglieva fiori e sacchetti per formare delle scritte lungo le vie, nelle piazze davanti alle chiese, scrivendo: EVVIVA MARIA, EVVIVA GESU’. Mazzi di fiori per la chiesa e mazzi per i bandisti che suonavano durante la festa e che ogni famiglia poi ospitava a pranzo per quel giorno.
Io, invece, in mezzo a quei fiori, catturavo le api intente a succhiarne il nettare. Ero naturalmente poco esperto, ma col mio cappellino in mano e con una veloce mossa, riuscivo quasi sempre a catturarne. Purtroppo non sapevo distinguere le api dalle vespe.
Avevo sempre con me un apposito bussolotto e, ad una ad una, ve le infilavo formando così uno sciame. Ero convinto di ricavarne il miele, ma questo non mi riusci mai.
Uscendo dalla porta di casa - alla Torre di Gragnano - sulla sinistra c’era un bel praticello verde con tanti fiori. Lì avevo creato i miei sciami con diversi di quei bussolotti, pieni d’api di tante specie, coperti con delle pietre. Li lasciavo coperti per alcuni giorni per abituare le api, ma, quando andavo a scoprirli, erano tutte morte fuorché alcune prepotenti che avevano ucciso tutte le altre.
Non mi arrendevo, anche se spesso ero richiamato con qualche scapaccione a causa delle punture con cui tornavano a casa i miei, quando incappavano nei miei sciami.
Quelle api non volevano vivere insieme e si uccidevano, ma io avevo scoperto, sotto le zolle del terreno arato, delle grosse nidiate d’api che chiamavamo ‘apetti’. Erano un po’ più gialle ed un po’ più piccole, ma davano più fiducia.
La mattina, quando si andava ad arare, portavo con me un barattolo piccolo pieno d’aceto e con tanti forellini ed un altro bussolotto vuoto per il recupero. Pregavo gli adulti di non sgridarmi, perché anche loro tante volte si divertivano nel seguire le mie stranezze.
UN RICORDO DELLA MIA INFANZIA A DIECI ANNI
Totti al matein que me avag a scola
**la mi mama, la dis sempar ed fer pulid,
**e mé prans’eintar piò, fer totta sta gola
**aiò prumes, ed fer bein, in tot i sit.
avrev fer bein, quandavag, longa la stre
quantazug, con iamig, intal curtil,
avrev esar frà tot al piò educhi,
avrev esar al pò gentil
é quentason in scola ster cupost
an molester piò incion, comme in pase
avrev che al mi mastar dal so post
al vdes inche manira, amson cambie
avrev saveir incosa, comme un dutour
tgnir i libar, i quaderan, tot prezis,
avrev con la pagela ferum unour,
ciaper i vud piò bi, tot nov,e dis
ma tot i dé, comme sla fos una cosa naturel
amscord al mi prumas, é a fag quel ed mel
letramateina, acsé par dal siucaz
con l’amig ed scola, assein pice
la conseguenza ed sti caraz,
me aveva una bargnocla, e unoc mache
a scola, po le ste un brot quel
annie ste gneint calsia ande pral dret
aio ciape un brot quatar in orel
e unetar a lo ciape intun compit scret,
a cà poi aio ciape al rest, dal carlein,
mi pedar savò incosa, neigar e spre,
al sé cave la zengia pian, pianein
avlas imaziner, quantamna de.
Mi mettevo dietro al solco ad aspettare con pazienza, anche se capitava di vederne raramente. Per la cattura usavo il barattolo con l’aceto, in modo tale che le api rimanessero stordite e non pungessero più. Non riusciva sempre bene perché, se lo sciame saltava fuori quando il sole era alto, le api erano molto vivaci ed arrivavano a farmi la faccia gonfia. Ma niente paura dal momento che non erano poi velenose ed il male passava presto! Con la cattura di questi sciami avevo avuto la mia soddisfazione: convivevano assieme e si adattavano. Ma niente miele per appagare il mio costante lavoro. Il miele - lo avevo capito - lo raccoglievano e lo mangiavano a tavola il giorno stesso!
La mia era la smania di sapere un po’ tutte le cose, soprattutto quelle che nessuno mi insegnava. Volevo scoprirle da solo. Di nascosto e da solo andavo a prendere i girini nei rigagnoli e li portavo in un laghetto che avevo costruito nel bosco. Spesso li andavo a visitare per vedere se diventavano rane o rospi. Mi ero fatto una cultura su tante cose: su api, rospi, lucertole e sulle mosche che erano tante. Volevo sapere dove si nascondevano di inverno, cosa che nessuno riusciva a spiegarmi. La mia soddisfazione più grande era che tutti i bambini, che non potevano stare in mia compagnia per giocare, quando mi potevano avere con loro mi tempestavano di domande, perché, oltre a quelle che riuscivo a capire coi miei esperimenti, ero informato su tante cose.
Questi erano i miei svaghi preferiti oltre a quello di voler stare sempre coi grandi o di giocare a piastrelle coi bottoni (anche se dai 9 anni in avanti ero maturato e mi ero calmato). Facevo passeggiate da solo per non essere infastidito da nessuno. Guardavo la natura e mi ponevo, nel mio silenzio, tanti perché.
Quando penso a queste cose, sorge in me l’amarezza d’essere invecchiato senza avere avuto la possibilità di studiare alla radice tante belle cose della vita. Ora non mi resta che dire ai nipoti e ai pronipoti di non dimenticare questa mia amarezza.
Capitolo V
Maggio 1918
La morte del nonno
1 maggio 1918, Rio Iosina
Quel I maggio non fu certamente una festa per me, avevo trovato il mio nonno morto in un piccolo torrente, chiamato Rio Iosina.
Aveva 81 anni, ma era ugualmente molto in gamba, aveva un aspetto ancora giovanile e mi voleva tanto bene; ero il suo prediletto. Non avevo mai visto un morto fino allora e mi sembrava una cosa impossibile non rivedere mai più il nonno, colui che mi aiutava a capire tante cose e che spesso me le faceva capire con le sue argute battute alla Bertoldo, tanto da non dimenticarle più.
Ero orgoglioso del mio nonno, uomo rispettato da tutti per le sue virtù di intelligenza e capacità unite a un grande senso di altruismo. Era morto quel galantuomo, una specie di veterinario di tutta la zona; il rimpianto per quella mancanza fu generale.
Capitolo VI
1917
Lo zio Venuto e il lupinaio
L'ultimo anno di guerra in famiglia
La trasformazione lenta ma radicale della nostra famiglia cominciò nel 1917, ultimo anno di guerra. Lo zio Venuto era diventato capofamiglia sostituendo il nonno ormai troppo vecchio.
Era esperto in tante cose ed ancora giovane, sulla quarantina. Aveva doti istintive da mercante di bestiame, mestiere che da tempo praticava con abilità e passione. Era sempre invitato da tutti i contadini della zona per comperare e vendere il loro bestiame, ma soprattutto quello della nostra stalla. Nel momento stesso in cui divenne capofamiglia fu chiamato dai padroni - Signori Baroncini di Scanello - e nominato fattore del bestiame di tutta l’impresa con pieni poteri.
Da quel momento i nostri ‘gricci’ padroni si decisero a buttare giù la vecchia, decrepita stalla e a costruirne una nuova, moderna ed anche abbastanza grande.
Lo zio Venuto la faceva funzionare da smistamento e vi portava dentro dei cavalli, soprattutto giovani puledri da domare, perché questa era la sua passione. Era un grande cavallerizzo poiché aveva fatto il militare in cavalleria dove la ferma era di *5 *anni. Aveva perciò avuto il tempo di imparare bene!
Io ero orgoglioso di mio zio ed egli mi voleva bene. Aveva tante belle doti: era buono d’animo e molto altruista. Era dinamico ed aveva una figura slanciata. Mi divertivo a vederlo cavalcare e non ero il solo, perché aveva modi tanto eleganti da sembrare quasi un fratello del puledro ed un acrobata.
La nomina a fattore, ma soltanto per il bestiame, ci dava solo un po’ di prestigio, mentre la miseria rimaneva intatta. Anche se c’era qualche percentuale in più, la famiglia era troppo grande per percepire qualche sensibile miglioramento. Erano troppi i nostri debiti e troppi i nostri bisogni.
Era avvenuta una buona trasformazione soprattutto per quello che riguardava la stalla, che nella nostra famiglia rappresentava il luogo di ritrovo. Io nel frattempo stavo molto male.
Ero triste e taciturno. Avevo la salute compromessa, la pancia grossa e la faccia coperta di bruffoli. Mi era saltata addosso anche la tosse cattiva e mi venivano attacchi talmente acuti che mi dovevano badare perché non affogassi. Lo zio Venuto era il mio custode ancor più della mamma. Era molto preoccupato e lo avevo sentito dire al nonno: “Almeno suo padre avesse la fortuna di vederlo! “. Anche questo mi rendeva taciturno, ma le mie cose non le svelai a nessuno. Un giorno finalmente fui avvicinato dallo zio che mi disse, forse per incoraggiarmi a sopravvivere: “Ho pensato di farti un regalo. Scomettiamo che ti piacerà?”. Mi portò in uno stanzino segreto e mi consegnò un sacco con una decina di chili di lupini secchi. “Sei già un ometto - mi disse - e devi cominciare a guadagnare qualcosa che dividerai coi tuoi fratelli. Ora fatti aiutare dalla mamma a cuocerli e, quando saranno pronti, t’insegnerò il resto. Farai il lupinaio e li andrai a vendere nei trebbi, nelle stalle e nelle piazze alla domenica”. Ricordo che lo baciai per tutto quell’interessamento. Avevo anch’io un po’ di paura di morire e pensavo a come fare con quella tosse.
Ora dovevo trovare il coraggio di andare a venderli in pubblico!
I lupini furono cotti in due rate: cinque chili per ciascuna, perché cotti aumentavano di peso quattro volte. Ne feci un sacco e li portai insieme allo zio sotto una cascata d’acqua del Rio Iosina. Dopo otto giorni erano pronti e macerati, perché il lupino, anche quando è cotto, conserva il suo veleno e l’acqua della bollitura è essa stessa un veleno. Quando invece sono stati sotto l’acqua per tanti giorni, secondo che questa sia più o meno corrente, diventano dolci.
Ero in pensiero perché non sapevo dove metterli e come portarli con me per la vendita, ma ebbi un’altra gradita sorpresa. Lo zio Venuto e lo zio Luigiol erano d’accordo da tempo; così lo zio Luigiol mi consegnò uno speciale paniere dal manico lavorato e con un apposito coperchio che si apriva a metà paniere. Così erano sempre al riparo dalla polvere e da eventuali furti.
I primi lupini li andai a vendere nella stalla di Casa Serenari, poco prima di Gragnano. Lì abitavano i fidanzati delle mie cugine Pia e Maria. Allora i lupini si vendevano a bicchieri da un centesimo l’uno, ma ai bambini, per un riguardo, ne aggiungevo sempre un pizzico. Durante la vendita fui sempre accompagnato da Aldo, almeno per tutto il tempo in cui durò la tosse. Lui si sentiva un po’ umiliato e si vergognava, ma quella tosse mi stette addosso per un bel po’, finché non passò da casa il formaggiaio, un toscano che passava due volte all’anno.
Avendo sentito un attacco di quella tosse ostinata, chiamò la mamma e le disse: “Perché non manda via quella brutta tosse?” “Non sappiamo cosa fare, - rispose la mamma - il dottore ha ordinato delle medicine. Le sta prendendo da molto tempo, ma è sempre allo stesso punto. Forse andrà via col tempo”.
Il formaggiaio subito aggiunse: “C’è per caso nelle vicinanze un asino? Dategli da bere in un secchio e con gli avanzi fatene un paio di fiaschi. Date da bere questi avanzi al ragazzino ed in una settimana non avrà più la tosse”.
Questa fu una grossa novità anche per il nonno, che di quei modi antichi di curare era maestro molto ricercato. In effetti la tosse sparì in poco tempo.
Mi aveva abbandonato la mania degli sciami; avevo dimenticato il gioco delle piastrelle coi relativi bottoni; non rubavo più le uova dal pollaio con lo spago. Guadagnavo invece qualche soldino coi lupini, anche se dovevo darli quasi tutti alla mamma, che li divideva poi tra i fratelli comperandoci qualche indumento od il necessario per la scuola.
Prima rubavo le uova dalla camera dove dormivo, che era proprio sopra il pollaio. Aveva un pavimento fatto di travetti di legno distanziati circa 30 centimetri l’uno dall’altro e con delle assi inchiodate sopra. La casa era molto vecchia, i travetti erano già tutti tarlati, i chiodi non tenevano più e le galline facevano l’uovo dentro appositi cesti che contenevano della paglia. Uno di quei cesti era, per puro caso, un grosso paniere. Il paniere non aveva due manici come altri tipi di cesti, ad esempio il panicrone o veste delle damigiane, ma uno solo al centro. Questo paniere era simpatico oppure era la provvidenza che mi voleva aiutare, perché le galline vi facevano tante uova, più che negli altri cesti. Con molta pazienza ed al momento opportuno sollevavo l’asse malamente inchiodato, allungavo giù uno spago con un uncino attaccato ed agganciavo il manico del paniere per poi tirarlo su. Avevo l’accortezza di non prenderle tutte e di ricalare il paniere con attenzione affinché ritornasse al suo posto. Quella era una vigna che vendemmiavo spesso!
La moglie dello zio Luigiol, Climentetta, mi fece un altro regalo! Aveva fatto con le proprie mani un paio di pantaloni con le bretelle! Quale gioia provai! Già mi meraviglio di averla fino ad oggi dimenticata!
A quei tempi usava fare ai bambini, almeno fino ad un certa età e per loro comodità, un vestito tutto intero con uno “sportello” dietro abbottonato con due bottoni, uno di qua ed uno di là. Era comodo quando si doveva andare al gabinetto per non farsela addosso. A quei tempi - dipendeva da un certo tipo di malattia oppure dallo scarso nutrimento - i bambini se la facevano addosso molto spesso fino ad un’età abbastanza avanzata.
Lo spettacolo di questo sportello non mi piaceva ed avevo pianto dalla vergogna. Era una cosa umiliante, soprattutto quando si staccava un bottone e si rimaneva lì, malmessi, malaticci, con un vestito rattoppato ed uno sportello aperto sul di dietro, tanto da far vedere… parti del corpo che era meglio tenere coperte.
La zia di tutto questo aveva tenuto conto e, nel darmi i pantaloni, mi disse: “Ora anche tu coi tuoi lupini sei un commerciante e devi uscire con le braghe da uomo”. Da quel giorno misi sempre i pantaloni e mi diedi delle arie da ‘ometto’.
Il mio lavoro da lupinaio mi aveva dato tra le altre piccole soddisfazioni anche quella di essere un po’ meglio vestito.
Gli anni 1917 e 1918 furono gravidi di tanti avvenimenti.
Al dolore si aggiunse altro dolore. Era arrivata la cartolina di precetto a mio cugino Jusfein classe 1899 — figlio dello zio Venuto. Veniva richiamato all’età di 18 anni.
Nell’ultimo anno di guerra c’erano stati molti disertori, tutti ricercati dai carabinieri. Questi poveri diavoli facevano molta compassione e nello stesso tempo molta paura. Avevano fame, non volevano essere avvicinati da persone adulte, erano armati e, tutti, avevano su di loro una taglia. Per chi li catturava o ne provocava la cattura c’erano grossi premi; mentre chi li alloggiava andava in galera. Costituivano un grosso problema. Erano sfiniti e stanchi di fare la guerra; toccava a noi ragazzi portar loro un pezzo di pane, indicare dove potevano nascondersi per riposare e avvertirli al momento opportuno dell’eventuale pericolo.
Facevamo tutto ciò con l’aiuto e il suggerimento dei nostri genitori.
La ricompensa per tutto questo era qualche bacio affettuoso da parte di quei blocchi di cenci con dentro uomini stanchi di fare la guerra, molto spesso ammalati come mio padre.
Il cugino Jusfein fu fortunato: aveva una punta d’ernia. Rimase nella territoriale e non andò in trincea.
Nel 1917 non solo la mia famiglia subì una trasformazione, ma tutta l’impresa di Scanello di cui facevamo parte. Era una tenuta di diciotto fondi di proprietà dei Signori Baroncini di Scanello che fu affittata ad un bravo e competente Signore di Ferrara che si chiamava Demosier.
Egli trasformò quell’impresa ed in poco tempo i prodotti triplicarono con meno dispersione di mano d’opera e fatica assai inferiore nel lavoro. Era un esperto agricoltore, pieno di coraggio e di quattrini. Avendo fatto un’affittanza di molti anni, cominciò a mandare a casa ai contadini tante specie di attrezzi appena inventati, i più moderni, come la falciatrice per segnare i foraggi ed un aratro che in dialetto si chiamava ‘volturec’ (volta orecchie). Si poteva infatti rivoltarlo da una parte e dall’altra dandogli così la possibilità di ritornare sullo stesso solco, ottenendo quindi un doppio risultato perché non c’era bisogno di fare il giro a vuoto. Mandò l’erpice per seminare il grano e la zappatrice che veniva trainata dalle bestie e si poteva definire una draga.
Diversi contadini abituati ai modi antichi si ribellarono. Non volevano fare altri debiti per paura di non riuscire più a pagarli, ma l’affittuario rispondeva in modo geniale, tranquillo e sorridente. Diceva: “Se voi non riuscite a pagare, i guai maggiori sono i miei. Di soldi non ne ho chiesti. Vi ho detto che ve li scrivo a debito e questo lo ritengo giusto. Ma non ho detto quando me li dovete ridare. Non vi farò pagare gli interessi e vi assicuro che riuscirete a pagare. Io i miei conti li so fare, abbiate fiducia, sono agricoltore e sono onesto. Se non potrete pagare, che cosa posso prendermi da voi: la pelle? Non mi è mai piaciuta, neanche quella dei polli! “. Questo lo diceva e, anche se noi rimanemmo solo per pochi anni, tutti, Io posso dire, riuscirono a pagare ed a fare il loro dovere.
Le cose andarono bene, sia per la minor fatica che per la maggior resa dei campi.
Poiché lasciammo il fondo, dovemmo vendere i nostri attrezzi a chi subentrava, ma non andammo male ugualmente e ci godemmo tutte le innovazioni come quella di battere il grano non col battitore, ma con la trebbiatrice, anche se era la prima e non era tanto grande. Non c’era il trattore per trainarla, ma una complessa macchina a vapore che consumava pula da noi chiamata ‘loc’. Non c’era la imballatrice ed il complesso era formato da due soli pezzi: macchina a vapore e trebbiatrice. Oltre a sbrigare bene il loro lavoro, offrivano un vero e proprio spettacolo, soprattutto quando venivano trainati sulle strade ripide e tortuose di montagna col pericolo di rovesciarsi da un momento all’altro.
Quando la macchina stava per finire il lavoro da un contadino, si restava in attesa di sentire dalla stessa voce della macchina l’entità del raccolto. Quando si raggiungevano infatti i 50 od i 100 quintali, la macchina a vapore faceva un fischio lungo. Poi cominciava a fischiare a tratti per avvertire gli altri contadini che era alla fine e che si preparassero ad andarla a prendere. Se non fosse stato per la fatica di quelle povere bestie ed il rischio di rovesciare tutto, sarebbe stato certamente un grande spettacolo. File di bestie incatenate le une davanti alle altre: dodici od anche quindici paia a seconda delle salite che occorreva affrontare; tanti boari con la frusta in mano, attenti a dare la frustata al
momento opportuno ed in genere alla bestia più brava, perché sapesse affrontare i tratti più duri di quella salita. Se le bestie si fossero arrese, la pesante macchina sarebbe tornata indietro e sarebbero occorsi dei tamponatori pronti con dei tappi, ma, secondo “l’onda” che prendeva, poteva anche scavalcare i tappi e rendersi pericolosa. Di conseguenza, lungo la strada dove doveva passare, c’era sempre molta gente a vedere lo spettacolo di bravura di quei coraggiosi macchinisti, delle brave e ben addestrate bestie, degli attenti boari che facevano schioccare continuamente la frusta con grande abilità.
Ognuno faceva a gara affinché fossero proprio le proprie vacche od i propri buoi a dare il colpo di grazia e questo perché, se il contadino avesse avuto bisogno di vendere le bestie, esse avrebbero avuto maggior valore e di quei boari avrebbe parlato a dir poco tutta la parrocchia. Quella macchina non poteva essere trascinata da un solo contadino e secondo la strada più o meno comoda, dovevano intervenire molti altri contadini, scambiandosi a loro volta la cosiddetta ‘gerlata’.
Il personale addetto alla trebbiatrice era numeroso, perché quello che prima si faceva con tanta fatica in almeno venti giorni veniva fatto in un sol giorno. Lo stato di arretratezza e la miseria di quei tempi non permettevano però che vi fosse tutto il personale necessario: la trebbiatura sarebbe costata troppo! I soldi non c’erano, li avevano solo i padroni e noi avremmo ingrossato il già grande debito. Allora si usava il sistema dello scambio di mano d’opera alla quale partecipavano tanti contadini dei dintorni. I lavori erano molti e quelle trebbiatrici, anche se all’ultimo grido, non erano in fondo ancora perfette.
C’era il personale specializzato di macchina, un meccanico per la conduzione della caldaia a vapore e della trebbiatrice e due paglierini. Così erano chiamati due uomini specializzati che infilavano i covoni del grano, naturalmente già slegati, nell’imboccatura superiore che portava agli ingranaggi della trebbiatrice. Tutto il resto era mano d’opera comune data dai contadini e non era poca!
Un uomo veniva impiegato a fare fuoco nella caldaia con il ‘loc’; un altro doveva mantenere pulita la parte inferiore della trebbiatrice dallo stesso ‘loc’ e portarlo alla motrice perché fosse alla portata del fuochista. Tre uomini erano addetti ai sacchi di grano che uscivano dalla trebbiatrice. Uno di questi metteva il sacco vuoto nella buchetta d’uscita togliendo a sua volta il sacco pieno e legandolo solidamente con lo spago; poi veniva trasportato a spalle nel granaio perché vi fosse custodito.
Il granaio si trovava sempre in alto e questo lavoro era fatto dagli uomini più forti e volonterosi, che non mancavano mai poiché erano molti coloro che volevano mettersi in mostra. Uno di questi portantini e l’uomo addetto alla buchetta aiutavano a turno un terzo uomo a caricare il pesante sacco sulle spalle. Quei sacchi erano già stati pesati sulla bascula e regolati ad un quintale preciso per fare la spartizione col padrone. Quegli uomini alla sera erano “maturi”. Altri due uomini robusti venivano impiegati per portare i covoni dal barco alla trebbiatrice, covoni molto pesanti perché legati con le ‘stroppe’. Col tempo facemmo venire dalla pianura le ‘cannavalle’ e si facevano così covoni più piccoli che si potevano allungare sulla trebbiatrice col forcone. Prima due uomini usavano il forcale per fare arrivare il covone legato con le stroppe alla macchina, mentre un altro uomo stava sulla trebbiatrice a slegare i covoni con le forbici.
Quello era un lavoro che mi piaceva, anche se c’era il pericolo di cadere dentro gli ingranaggi nonostante ci fosse un’apposita buca per i piedi abbastanza profonda da dare una certa sicurezza. Molte volte non mi lasciavano andare, anche se avevano capito che ero bravo e prudente, perché ci avrebbero voluto andare anche gli altri bambini.
Un uomo veniva messo ad una piccola buchetta da dove uscivano i granelli delle male erbe. Queste erano tante e venivano conservate e macinate per fare delle biade per il bestiame. Prima che arrivasse la trebbiatrice, si metteva tutto dentro al pane, che diventava così duro, nero e cattivo. L’arrivo della trebbiatrice segnò dunque il confine tra pane bianco e nero, anche se per farlo bastare si aggiungeva al grano della ‘marzola’. Tuttavia non diventava nero come prima ed era comunque migliore di prima.
La paglia usciva sciolta perché non c’era ancora la imballatrice e avrebbe invaso l’aia che non sarebbe stata sufficiente. Allora si faceva, poco distante, un paio di figne grosse. Ci volevano un paio di contadini specializzati, uno per riceverla e l’altro per comporla con perizia affinché non filtrasse l’acqua o la neve. Questo finché non arrivava il momento in cui c’era posto nel fienile. Si usavano allora degli appositi ferri per tagliare a tronchi quelle figne e recuperarle un pezzo alla volta.
Perché non filtrasse l’acqua, le figne dovevano finire a punta e si raggiungevano così altezze fino a 10 metri.
Si usava una scala lunga su cui gli uomini, uno dietro l’altro, si arrampicavano con una forconata di quella paglia per fare presto a sgomberare l’aia. Se fosse piovuto, tutto si sarebbe trasformato in un letamaio e la figna si sarebbe bagnata fino in fondo.
Il giorno della trebbiatura si radunavano quindi circa venti elementi fra uomini e donne. Per questo si doveva fare scambio di mano d’opera continuando così a lavorare per giorni a casa d’altri.
Quanta attesa per quel giorno e quanta gioia nei bambini che non avevano mai visto ‘terra scoperta di ruote!’ Si conoscevano soltanto le rozze ruote del biroccio, che oltre a tutto non tutti possedevano perché spesso si usavano soltanto ilse trainate. Quanta curiosità nel vedere tante ruote insieme, piccole e grandi, che si moltiplicavano fra loro facendo muovere tanti ingranaggi e scuotere tanti valli, fino a portare a perfezione il grano, cioè pulito ed insaccato!
Facevamo tante domande ai grandi, ai macchinisti, tanto da diventare noiosi. Per noi era una grande scoperta e quanto era bella e buffa la macchina a vapore che faceva andare la trebbiatrice dalla distanza di una decina di metri e forse più, tramite una cinghia di trasmissione fatta di cuoio! Tutta la sua forza la ricavava da un po’ di locco che bruciava nel suo ventre.
Ci chiedevamo: “Ma come hanno fatto a rendere viva una tale massa di ferro?”. Era veramente buffa col suo alto camino aspiratore e il suo simpatico fischio. Era come quello del treno e si faceva sentire a distanza senza che nessun altro rumore lo confondesse. Era una voce che riempiva l’aria di gioia e di speranza perché ci portava il pane bianco e prometteva, sia pure lentamente, un avvenire migliore.
Capitolo VII
Ritorno dalla guerra
Il padre torna a casa
Novembre 1918, 19 giorni di attesa
Arrivò finalmente la fine della guerra. Tanti, troppi non tornarono mai più alle loro case, alle loro madri, alle spose, ai loro bambini. Erano morti in gran parte asfissiati dai gas dentro le trincee, intrappolati come talpe; oppure erano morti sul campo di battaglia a colpi di baionetta.
Ilritorno di mio padre fu un tragico ritorno: un mese prima dell'annuncio dell’armistizio era stato dato disperso.
Rimanemmo in attesa ugualmente perché la notizia la conosceva solo io zio Venuto al quale l’aveva scritta un certo Borghi di Loiano, che era il Capitano di Compagnia di mio padre. La sua Compagnia aveva subito una grave disfatta sui fronte Carnico, ed i pochi rimasti in vita si erano sbandati. Mio padre era rimasto a terra fra i morti, ma era solo ferito. Il Capitano Borghi, scampato nella confusione, non aveva più visto mio padre; credette opportuno darlo per disperso comunicandolo direttamente allo zio Venuto.
Ilritorno degli sbandati si protrasse a lungo; lo zio cercava di farci coraggio anche se si capiva che nutriva poche speranze. Dopo una dozzina di giorni l’amico Capitano Borghi arrivò in gran segreto dicendo allo zio che aveva paura che Giovanni fosse proprio morto. “Sembravano tutti morti - diceva - anche se morto non l’ho visto materialmente”. Passò un’altra settimana ed ogni tanto si sentiva di qualcuno che era tornato, ma noi eravamo ormai convinti di non rivederlo più. Il Capitano, masticando fra i denti, diceva di sperare ancora che il suo Caporalmaggiore (proposto per il grado di sergente per meriti speciali) fosse ancora vivo, perché era astuto ed intelligente.
Nel primo pomeriggio di quel diciannovesimo giorno vedemmo arrivare tutto sorridente il parroco di Gragnano, Don Nerino. Cercò la mamma e le disse: “Il Buon Dio non abbandona mai le anime buone! Ho ricevuto notizie dal Comune di Loiano su di un ritardatario. Non so di chi si tratti, ma mi hanno detto che è della mia parrocchia. Si prepari a riceverlo: non si sa mai”.
La mamma, un po’ stordita da quello strano ragionamento, prese il fazzoletto e si asciugò gli occhi, mentre nell’angolo della casa spuntava un carabiniere che teneva per mano mio padre. Era sfinito per la marcia di più di un mese e non era più così grasso ed ammalato come la volta in cui era venuto in licenza. Era stravolto e svanito da far compassione, vestito di cenci fradici da borghese (la divisa aveva dovuto buttarla), pieno di pidocchi e con le piattole incarnate fra le due pelli.
Veniva accompagnato dai carabinieri, dopo l’annuncio del parroco, perché il suo lungo ritardo aveva dato motivo ad interrogativi che vennero chiariti in Comune ed anche perché quell’incontro con la famiglia poteva essergli fatale.
I meriti speciali di cui parlava il Capitano Borghi erano questi: un giorno era uscito dalla trincea col suo plotone per una ricognizione e gli era capitato da fare uno scivolone finendo per trovarsi in un sotterraneo pieno di soldati austriaci. In un primo momento prevalse la sorpresa, ma poi reagì con grande presenza di spirito. Con mossa veloce tirò fuori due bombe a mano dal tascapane, gridando ad alta voce perché sentissero anche i compagni: “In alto le mani, siete tutti prigionieri. Siete circondati”. Il suo plotone non si fece aspettare e furono così fatti 32 prigionieri.
Mio padre aggiungeva comunque che era sempre stato un bravo combattente, ma che quella volta tutto era accaduto per caso. “Se non li catturavo io, loro catturavamo me” diceva.
Fummo premiati dalla fortuna poiché i nostri cari tornarono tutti vivi dalla guerra. Mio padre, seppur lentamente, si stava rimettendo in salute anche se le sofferenze lo avevano reso un po’ svanito. Era avvilito per la miseria ed il cattivo stato in cui aveva trovato la famiglia. Solo la mamma stava bene, ma io, Aldo e Giorgio eravamo a letto con malattie che non sapevamo neppure chiamare col loro vero nome. Una di queste malattie la chiamavano ‘bolla’ ed un’altra da cui fummo attaccati ‘i grop’. Si erano sviluppati tanti foruncoli purulenti in tutte le parti del corpo, soprattutto sulla testa dove erano anche tanti pidocchi che allora regnavano in tutte le case e che, con tutta la nostra buona volontà, non riuscivamo mai ad estirpare. Non ho mai più sentito i nomi di quelle malattie.
Il documento originale: beni requisiti dai militari germanici a Rossi Giovanni — L. 196.000
Fummo colpiti anche dalla famosa epidemia chiamata ‘La Spagnola’, quella che fece numerose vittime in tante famiglie soprattutto fra i bambini e le donne incinte. Di queste ne scamparono poche, ma anche in quella circostanza la fortuna ci accompagnò, poiché nessuno della nostra famiglia morì.
Capitolo VIII
1919
La ripresa e il fascismo
Lavoro, politica, lotte agrarie
Mio padre decise di non fare più il contadino. Ci ritirammo in un altro locale lì adiacente, mentre il resto della famiglia continuò a lavorare la terra. Mio padre trovò da lavorare a Livergnano di Pianoro. Costruiva un tratto di strada che, partendo da località Zula raggiungeva località Predosa, strada che non fu mai finita e per la quale non pagarono agli uomini quindici giorni di lavoro.
Eugenio «Simon» Rossi a Bologna, anni '40
Dopo poco tempo da quando aveva iniziato a lavorare, mio padre era riuscito a trovare posto anche per Aldo come manovale-portatore di calce. I manovali allora li chiamavano boccia.
L’affittuario Signor Demosier disse che, malgrado mio padre si stesse compromettendo nella politica, la famiglia non ne aveva colpa. Volendo, potevamo lavorare nel fondo insieme agli altri. Questo signore, pur essendo un padrone, voleva aiutarci in qualche modo, avendo capito che il magro stipendio di mio padre e quello di Aldo non sarebbero bastati a sollevare la famiglia di quel povero straccione che era riuscito a portare a casa la pelle, dopo tre anni di guerra fatti tutti in trincea.
Ogni volta ci veniva a trovare e dava ad ognuno qualche soldino e, quando ritornava, ci chiedeva sempre se ne avevamo ancora e tutti quelli che avevamo ce li raddoppiava. Era un suo modo di giocare con i bambini, dimostrando così una grande bontà d’animo e tanta intelligenza anche se nel suo stesso interesse. Per tutti noi, grandi e piccini, era un Dio.
E così, in compenso del lavoro che si faceva sul fondo, ci davano da mangiare. La nostra grande famiglia era sempre stata uno spettacolo di rispetto, certamente dovuto alla grande moralità di Pe grand e Mama granda. Fra l’altro i miei zii, quando era l’ora giusta per vendere i lupini, mandavano me perché guadagnassi qualche soldino.
Prima di andare a lavorare con il mio papà e mio fratello Aldo, dovetti aspettare di avere 12 anni come voleva la legge di allora. Nel frattempo facevo tanta compagnia alla mia mamma. Ormai in me e in lei era avvenuta una grande trasformazione. Lei era ritornata felice, anche se eravamo ancora piantati nella miseria nera, perché mio padre era ritornato. Anch’io ero cambiato: ero felice di andare a lavorare e non tiravo più calci alla mamma.
Era arrivato il giorno tanto desiderato! Il15 maggio 1920 arrivò a casa dal lavoro mio padre portandomi la notizia: “Hanno bisogno di un manovale. Sei assunto da domattina. Dovrai stare attento a non farti male nei quindici giorni che ti mancano ancora per fare i 12 anni, perché fino allora non sei assicurato”.
Per me fu un giorno di gioia, ma di altrettanta amarezza per la mia Mamma Grande. Aveva avuto la gioia di riabbracciare il figlio tornato vivo dalla guerra, ma aveva perduto il marito da poco tempo. Ora doveva prepararsi ad un nuovo duro colpo.
Si sfogava dicendomi: “Come farò adesso? La mia famiglia si sfascia sotto i colpi degli eventi ed io sono già molto vecchia. Non posso aiutare più nessuno. Con chi dovrò andare? Chi mi prenderà? “.
Queste cose le confidai a mio padre il quale, d’accordo con lo zio Venuto, rimediò con soddisfazione della nonna. Lo zio corse infatti nell’aia dove la mamma dava da mangiare ai polli e le disse: “Brava, mamma. Tu ti ricordi sempre di tutto, ma ora, mi stai rammentando una cosa che ti dovevo chiedere, dato che ci sono qui anche Giovanni e Luigiol (che era accorso dalla stalla). Te lo chiedo per piacere, in presenza dei miei fratelli: tu non devi abbandonarci mai. Fino alla morte, tu sarai l’Azdoura di questa casa. La porta di tutti i tuoi figli sarà sempre aperta per te e la mia sarà per tutti”.
Il lunedì seguente anch’io, con mio padre ed Aldo, andai al lavoro. Questo ci aveva procurato qualche problema, perché dalla Torre di Gragnano a Livergnano c’era una distanza di 20 o 25 chilometri. Si partiva a piedi da casa poco dopo la mezzanotte per arrivare sul lavoro alle otto**. **Ma questo viaggio si faceva solo una volta alla settimana: il lunedì mattina.
Avevamo trovato da dormire, prima in un fienile, poi, col tempo, in una camera d’affitto, dove ci si faceva anche da mangiare. Si tornava a casa nel tardo pomeriggio del sabato, sempre attraverso le scorciatoie tra i boschi di montagna e si arrivava di notte. La mamma ci aspettava con ansia, insieme al piccolo Giorgio che rimaneva a casa a farle compagnia.
Io e Aldo stavamo diventando grandi, uomini a pieno titolo con le nostre fatiche, i nostri lunghi viaggi a piedi, i nostri primi soldi in tasca. Erano pochi, ma per la mia famiglia tre stipendi in casa, anche se magri, rappresentavano sempre un grosso successo ed un miglioramento del tenore di vita, soprattutto per quel che riguardava il mangiare.
Quando arrivavamo a casa, noi eravamo orgogliosi di mostrare alla mamma i nostri guadagni, ma non mancava neppure la sua sorpresa: qualche novità, qualche piatto speciale. Prima ancora di arrivare a casa ci chiedevamo: “Cosa ci sarà stasera come sorpresa?” Quando preparava una bella terrina piena di crescenta fritta, che aveva l’abitudine di fare intera e grande come la padella, anche se cercava di nasconderla si riusciva a sentirla ancor prima di entrare in casa a causa del suo profumo.
Un altro avvenimento di grande importanza furono le elezioni politiche che erano in corso con grande propaganda. Allora i partiti erano pochi: il Partito Popolare, che rappresentava la Democrazia Cristiana di oggi, ed il Partito Socialista; il Partito Comunista non era ancora nato.
Il Partito Popolare era rappresentato, nella nostra circoscrizione, dall’On. Cavazza e la sua propaganda più che con le parole era fatta con quattrini. La grande guerra era appena finita lasciando tanta miseria e tanti morti. I combattenti e l’opinione pubblica volevano liberarsi della Massoneria ritenuta responsabile della guerra, ma i quattrini, come sempre, giocavano in favore della borghesia. La loro propaganda era il ricatto più o meno velato. Le briciole dei loro avanzi le davano soltanto a quelli che piegavano per bene le ginocchia. Lo zio Venuto, fattore per la compera e la vendita di tutto il bestiame dell’azienda, se voleva conservare il posto e non essere buttato via dal fondo e finire per non trovarne un altro, fu ‘invitato’ dalla padronanza a fare propaganda per Cavazza. Fu incaricato addirittura di distribuire i premi a chi prometteva il voto. Premi in vestiti (per far vedere di avere compassione di quei poveri straccioni che ne avevano tanto bisogno) poi scarpe e roba da mangiare, come sacchi di grano o frumentone. La quantità dipendeva da quanti voti potevano dare. Offrivano anche somme di denaro grosse per quei tempi, sempre però dopo avere ottenuto la sicurezza del voto, che avevano tante possibilità di controllare.
Coi soldi, in sostanza, comperavano quasi tutto, ma non tutto, perché i sacrifici dei combattenti che erano riusciti a portare a casa la pelle e le ossa rotte non riuscivano a comperarli. E neppure la loro amarezza.
A mio padre, purché avesse votato per Cavazza, avrebbero pagato la licenza di caccia e, poiché era combattente, anche il fucile da caccia; una doppietta centrale. Così era chiamato il fucile, che si snodava e si caricava a cartucce, per distinguerlo da quello che si caricava a bacchetta con la boccetta dalla polvere da sparo ed i pallini tritati con le forbici da piombo vecchio e con i fulminanti per fare partire il colpo.
Spesso facevano cilecca, ma anche quando si era sparato quel colpo, se si mancava la selvaggina - la lepre - le si doveva dare un nuovo appuntamento.
Mio padre era tra gli uomini più rispettati e fu quindi un ben ignobile piatto quello preparato e portatogli davanti da suo fratello Venuto, che lo consigliava però di non accettarlo, dicendo: “So che tu hai sofferto per la guerra e non piegheresti mai le tue ginocchia ferite. So che sei appena tornato dalle trincee, ma anche di fronte ad un così ignobile ricatto voglio che tu perdoni me per quello che sono costretto a fare per il bene della famiglia”.
Mio padre diceva sempre: “Mio fratello è sempre stato saggio, ma io non avrei mai accettato un tale ricatto”. Da quel momento la nostra casa divenne il centro della propaganda elettorale di tutta la zona, che era abbastanza vasta.
A causa dello zio Venuto e di mio padre c’era continuamente gente che portava o che ritirava ordini. Mio padre aveva preso posizione per il Partito Socialista e faceva un’accanita propaganda per i candidati Bentini e Grossi e per un altro deputato, che simpatizzava per il comunismo, che si chiamava Buco. Così tutti e due i fratelli facevano propaganda e dovevano fingere di non condividere l’uno la politica dell’altro.
La politica di mio padre era mal vista dai padroni, ma condivisa da tutta l’opinione pubblica, tanto che mio padre si prendeva tanti “evviva” ed abbracci mentre lo zio Venuto prendeva tanti “grazie” per i regali che distribuiva. La nostra vecchia casa era tappezzata di manifestini bianchi e gialli, tanto da renderla nuova. La stalla, invece, costruita di recente, era coperta di manifestini rossi che presentavano, al centro, in una parete bianca, una falce e martello, fatta di tanti volantini rossi e, sotto, uno striscione con la scritta ‘qui i socialisti’. Mio padre non la sdegnò, anche se era stata una trovata dei popolari, perché secondo lui portava vantaggio.
Dopo poco tempo fu tolta, visto che a mio padre andava bene, ma lui la rifece con altri volantini rossi. Così nessuno l’avrebbe tolta poiché allora, anche se si era avversari, non si strappavano i manifesti degli altri.
Non c’era posto nella stessa casa per tutti e due, e per la borghesia era naturale che i poveri diavoli finissero nella stalla. Quella campagna elettorale fu la prima a cui assistetti. Sembrava una comica e mi piaceva vedere mio padre che lottava per la causa della povera gente, per coloro che erano soltanto strumenti di lavoro sfruttati fino all’osso. Mi dispiaceva solamente di non potere votare anch’io.
I quaranta giorni della propaganda elettorale, sia perché la guerra era finita sia per l’entusiasmo nel voler abbattere la borghesia, furono una grande lotta ed un grande carnevale.
Soprattutto alla domenica! Quando si andava a messa o nelle osterie dove si incontravano tutti**, **se si vedeva qualcuno col vestito nuovo si gridava: “Cavazza, Cavazza, tai la cò, tai la cò!” Voleva dire che era un crumiro, un venduto. Ma tante volte, per non eccedere nella provocazione, alla vista di uno di quegli uomini col vestito nuovo od anche con la cravatta soltanto (oppure tante volte solo per schernire un amico) si gridava semplicemente: “Tai la cò, tai la cò!” Tutto questo sfottimento, mentre si faceva propaganda, creava un piacevole umorismo.
Finita la campagna elettorale venne il voto. Non ricordo più quanti voti ottenne il Partito Socialista, ma furono abbastanza per scatenare la grande lotta agraria.
I contadini per vivere degnamente chiedevano il 60% dei raccolti come aveva proposto il Partito Socialista con la forza dei suoi suffragi. Gli agrari finsero di accettare, ma dissero che, per fare quella che era una cosa complessa, occorreva rinnovare il capitolato e cioè rinnovare i patti agrari: occorreva mandare lo sfratto e poi rinnovare i patti.
Così si decise di fare, ma, dopo che i contadini ebbero ricevuto lo sfratto, i padroni dissero: “Lo sfratto l’avete chiesto: ora tenetevelo! Noi il 60 per cento non lo diamo”.
Purtroppo la legge non era stata ancora modificata e tutto stava dalla loro parte. Così si sviluppò la lotta agraria.
I contadini dovevano per forza sgomberare il fondo con poche speranze di trovarne un altro. Chi voleva restare doveva andare dal padrone e piegare le ginocchia. Solo allora poteva continuare nella raccolta dei prodotti dei campi.
Furono pochi coloro che piegarono le ginocchia, ma fu ugualmente una grande sconfitta. Quando un contadino lasciava il fondo, secondo la legge colonica del capitolato, l’anno uscente poteva solo seminare il grano e l’anno successivo mieterlo.
Il nuovo contadino divideva il raccolto a metà col padrone e l’altra metà col vecchio contadino. Tra i contadini pochi trovarono un nuovo fondo ed altri andarono a fare i pigionanti o a lavorare come scariolanti in qualche bonifica.
I padroni non trovarono altri contadini, ma non li cercarono neppure, perché il loro piano non lo prevedeva.
Così arrivò la primavera, quando si doveva fare il raccolto del foraggio. Il vecchio contadino non poteva segare quei foraggi perché non erano più suoi - anche se avrebbe voluto farlo per non vederli andare a male - ed i nuovi contadini non c’erano ancora. Sarebbero arrivati i carabinieri e quel contadino sarebbe andato in galera. Così li lasciava seccare sul campo, procurando in tal modo anche tanti incendi.
Anche il grano non si poteva mietere. Ma, con l’appoggio delle leghe sindacali, furono piantate delle canne in ogni campo, dividendo così l’appezzamento a metà e, pur rischiando la galera, si provvide a mietere per non lasciare morire di fame i bambini.
L’altra metà, quella padronale, rimase sui campi, ma i padroni non se ne curarono. A loro bastò tutto questo sciupìo di raccolti per accusare i contadini ed i loro sindacati. Gridarono allo scandalo, dissero che i contadini erano disumani perché lasciavano andare a male i raccolti. “Cosa impedisce loro di raccoglierli?” andavano dicendo. Sarebbe bastato solo che avessero piegato le ginocchia chiedendo scusa e tutto per loro sarebbe andato bene.
Così scatenarono il fascismo: col pretesto di mettere ordine alle pretese dei contadini!
Cominciarono ad arrestare i sindacalisti perché erano i corruttori’ di quei contadini che non avevano colpa. Così dicevano per fare colpo in qualche modo sull’opinione pubblica.
Il piano padronale giunse alla sua naturale conclusione, dopo aver dato vita al fascismo e dopo aver battuto i sindacati: il resto fu facile. Ormai regnavano spavento e disorganizzazione, pertanto bastarono le squadracce pagate, il manganello e l’olio di ricino, a costringere i contadini ad una nuova brutale schiavitù: la dittatura di Mussolini.
L’ultimo avvenimento importante di quel periodo fu che il vecchio padrone dell’impresa, di cui aveva affittanza il signor Demosier di Ferrara, avendo tenuto per sé alcune case da pigionante fra le quali la nostra (in aderenza alla casa colonica del podere in questione) ci cacciò via senza preavviso per vendicarsi della politica che aveva fatto mio padre. In pochi giorni dovemmo trovare la casa a Livergnano e precisamente alla ‘Cà ad Chilett’ che si trovava a due chilometri dal paese.
Non furono necessarie spese o fatiche per il trasloco perché non avevamo niente. Il letto non valeva la pena di portarlo perché dove andavamo ad abitare c’era una folta boscaglia con tanti ontani e frassini in grado di darci la legna per fare un bel letto ed anche tanti altri mobili come sedie e tavola.
Avevamo due segoni e due manici da tirare in due per fare le assi e non c’era neppure bisogno di chiedere al padrone il permesso di tagliare un tronco, perché ci avevano affidato un pezzo di bosco compreso nell’affittanza. Poco lontano c’era una specie di rio con bella acqua limpida che dava tanta allegria e soprattutto tanti bei brilli per fare cesti. Con questi facemmo anche i comò nuovi, cioè due cesti, uno di qua ed uno di là dal letto fatto con assi, due cavalletti ed un bel paglione.
Non ci furono neppure problemi per la lana dei materassi. I nostri nuovi padroni non erano degli agrari, ma possedevano un po’ di terreno. Quell’anno avevano un bel po’ di frumentone e, quando ci mandarono via, era proprio il periodo della raccolta. Quando lo spannocchiarono, tutta la ‘lana’ fu messa a nostra disposizione.
Col nostro nuovo padrone, Signor Comellini, avevamo legato molto bene. Era sì il padrone di una piccola casetta e di un po' di terreno e faceva anche il cantoniere, ma fra una cosa e l’altra riusciva a capire cosa voleva dire essere operai a quei tempi e con tre bambini.
Avevo dodici anni.
Il fatto di essere in tre a lavorare, anche se i salari erano magri, per noi abituati a tanta miseria rappresentava l’albero della cuccagna.
Ma quell’albero fu abbattuto ben presto dal fascismo, che, con il manganello e l’olio di ricino, mandò tutto in fumo in poco tempo.
Tutte le nostre speranze, i nostri sogni furono trasformati in tanti sacrifici e spavento soprattutto per mio padre che era presidente di un club socialista. Dopo le ore 20 della sera tutti a letto come i polli! Fu una specie di coprifuoco per tanti anni, troppi per tutti gli Italiani. La brutalità della dittatura fascista fu tremenda. Il lavoro durò ancora pochi mesi, finché il fascismo non fu ben assestato, poi quella strada che ci aveva dato il lavoro e tante speranze fu sospesa.
Dopo la marcia su Roma, dopo la schiavitù venne una generale disoccupazione. Chi voleva lavoro era costretto ad andare a costruire due città, ideate da Mussolini, che furono chiamate Pontinia e Littoria. Furono costruite con pochi soldi e cioè con la pelle degli sfortunati cittadini italiani (quelli a cui piaceva il vino rosso), molti dei quali non ebbero la fortuna di portarla a casa perché le misere paghe, se si voleva mandare qualcosa a casa anche alla famiglia che doveva vivere, non bastavano al proprio sostentamento. Tanti non tornarono e molti furono i malati.
Tanti italiani furono costretti a prendere delle decisioni molto amare.
Per mio padre era impossibile trovare lavoro perché era impegnato nella politica. Davano una giornata mal pagata alla settimana e si dovevano schiacciare sassi per fare della ghiaia o breccia lungo la strada.
Per qualche mese ci arrangiammo alla meglio a fare legna e fascine nel bosco per i nostri bisogni e anche per venderle.
Un amico di mio padre (di Monghidoro), un certo Giovanni Gitti che aveva fatto la guerra con lui, possedeva un magazzino di scarponi grossi da operaio. Mandò a casa nostra certe partite di queste scarpe, un po’ alla volta, a puntate, perché non avevamo la licenza, facendola figurare come deposito.
Queste scarpe si vendevano con uno scarso margine di guadagno perché vi era una grande miseria dovuta soprattutto alla disoccupazione. Si tirava avanti alla meglio andando ad aiutare qualche contadino che soldi non ne dava, ma solo qualche cosa da mangiare come verdura o frutta.
Per quel che riguardava i divertimenti, a Livergnano quasi non esistevano. I bambini erano pochi e appena raggiunti i 12 anni erano già al lavoro. Né io nè i miei fratelli giocammo più. C’era, specialmente per noi che non avevamo mai visto niente, un bel paesino da visitare, gente molto affabile e tante belle amicizie fatte in poco tempo anche perché nostro padre, che lavorava per il partito Socialista, era molto conosciuto, ricercato e stimato da tutti gli operai per gli incarichi politici mandati avanti con onestà. Mio padre non fu mai bastonato dagli avversari fascisti perché era giusto, onesto ed aveva molta diplomazia.
A Livergnano c’era una banda composta da suonatori molto nominati e si ballava spesso; in quelle occasioni avevo già cominciato a vedere tante belle bambine. Specialmente Aldo con le ragazzine non era affatto timido.
Livergnano è stato un paesino simpatico per tutto il tempo in cui ci sono stato. Lo zio Venuto era rimasto solo con la sua famiglia perché Luigiol, già da prima in commercio con la moglie, si era ritirato come pigionante alla Fonte, commerciando in uova e polli.
Lo zio Venuto, invece, si era messo in società con un grosso commerciante di bestiame, un certo Nildo Baroncini. Questo cognome è come quello del nostro vecchio padrone che ci cacciò dalla Torre.
Questo grosso commerciante conosceva bene il valore dello zio per il commercio del bestiame: chi possedeva i soldi e chi possedeva la capacità! Lo zio andò ad abitare a Bologna in via degli Orti. Questo fu nel 1921, ma rimase a Bologna solo per 7 mesi, dopo di che, per ragioni tecniche legate al loro commercio, il signor Nildo Baroncini comperò un podere sopra a Loiano e precisamente al Crocione vicino a dove ora esiste un importante osservatorio astronomico.
Li c’erano caseggiati abitabili, una grossa stalla, 10 ettari di terreno e tanti sciami di api che erano la mia passione. Il tutto diventò un grande smistamento di bestiame di tutte le specie, bovini e cavalli, maiali, asini, muli. C’era tanto da lavorare; appena messo in piedi tutto questo, lo zio venne a casa nostra a Livergnano. “Rivoglio i miei ragazzi” diceva a mio padre abbracciandomi. “Al mi Simon” aggiungeva. “Lassù c’è da lavorare e da mangiare per tutti. Tu se vuoi puoi restare qui a fare il legnaiolo con tua moglie per tenere aperta la casa, ma il mangiare non mancherà neppure a voi e stai attento alla politica anche se so che tu sei molto astuto e diplomatico”.
La visita dello zio Venuto ci portò una certa sicurezza: poter vivere con pochi soldi, ma senza problemi per il mangiare.
Per quel che riguarda il vestire, durante il tempo durante il quale lavorammo in quel tratto di strada, convinti che quella fosse una vigna da poter vendemmiare per molto tempo, buttammo via quei cenci che portavamo alla Torre, tutti rattoppati e di tanti colori. Eravamo diventati dei ragazzini puliti e decenti, all’altezza di tutti gli altri cittadini di Livergnano, orgogliosi di aver potuto finalmente vivere in città. Anche se era solo un piccolo paesotto a noi sembrò una grande città, ma, quasi d’improvviso, arrivò un cattivo vento che portò via tutte le nostre speranze, i nostri sogni: il fascismo! Da quel momento cominciò per me un calvario, incroci di pensieri: “Cosa sarà del destino della mia vita e di tutti noi messi sul lastrico?”. Tutto il giorno in continuazione, come uno scemo, rimuginavo il mio passato dicendomi: “Credevo che fosse finita”. Il presente era impedito da una barriera che io, anche se ero ancora fanciullo, vedevo insormontabile. “E l’avvenire?” Il mio pensiero mi portava a guardare molto avanti fino ad immaginare un espatrio. Ma ero troppo giovane e pensavo: “Si potrà fare più avanti nel tempo”. Poi, che ne sarebbe stato dei miei genitori? I miei fratelli? Ed infine, i miei parenti, la mia cara Mamma Granda? Insomma quel periodo fu per me un crocevia che mi trasformò del tutto da bambino a uomo troppo pensoso e troppo preoccupato per la mia età.
La mia mamma un giorno mi chiamò e mi disse tutta preoccupata: “Tu mi stai cadendo in un esaurimento; ti porterò dal dottore”. Questo fu per me un campanello d’allarme. Mi scrollò facendomi consapevole che la chiusura di quel tratto di strada e l’avvento del fascismo mi avevano veramente distrutto.
La notte seguente la feci tutta in bianco prendendo una decisione irrevocabile. Dissi al papà e alla mamma: “Ho deciso che oggi pomeriggio vado con la corriera dallo zio Venuto”. Decisi così, anche se poco prima avevo pensato che non avrei mai abbandonato i miei genitori in quei momenti così duri.
“Non preoccupatevi, starò meglio, sento che ho bisogno di rigenerarmi un po'”’.
Raggiunsi la zio Venuto lassù al Crocione dove fui bene accolto dallo zio e dalla zia Caterina che mi aveva sempre voluto bene e aveva cura di me con tanto amore. Abitavo lassù assieme ai miei cugini: Jusfein, già uomo; Elisa e Zelinda già ragazze; Ubaldo, un caro cugino e grande amico, sempre molto sensato (aveva due anni più di me e mi faceva tanta compagnia); la brava Alfonsina, circa della mia età; la brillante Orsolina, Tonino. Tutti assieme abbiamo tanto lavorato ammazzando il tempo in modo meraviglioso.
Ilbabbo e la mamma erano rimasti a casa con Giorgio, perché Aldo dopo poco tempo mi aveva raggiunto.
Il mio papà che sapeva fare un po’ di tutto guadagnava qualche soldo a fare dei cesti di vimini per damigiane ed anche dei cestini pregiati che in parte vendeva a Livergnano ed in parte al mercato di Pianoro, aiutato da Giorgio, restando sempre in attesa che dessero di nuovo corso a quel tratto di strada che non fu mai più fatto.
Molto spesso si andava a Trebbo dai contadini, che abitavano vicino a Lorzale, fondo colonico alla Castellina, dove c’erano due belle ragazzine. Andavamo anche alle feste delle varie parrocchie.
Una volta dal Crocione andammo ad una festa molto lontano, circa 15 chilometri, precisamente a San Benedetto del Querceto. C’era una festa eccezionale con la banda ed altre attrazioni. Andammo io, il cugino Ubaldo e Aldo. Loro andavano a cavallo ed io a piedi, attraverso i boschi per le scorciatoie, perché in tre sul cavallo non ci si stava. La scelta di andare a piedi l’avevo fatta io stesso, perché non avevo paura d’andare attraverso i boschi e perché, per accompagnare le bestie comprate dallo zio, avevo già fatto quel percorso mentre Aldo no.
Ricevuta ‘la contenta’ dalla Caterina e da Venuto partimmo alla mattina verso le 10,30 col nostro mangiare appresso. Loro arrivarono un po’ prima di me mentre io un po’ dopo, verso le 13,30. Ci godemmo la festa, ma cominciava a diventare tardi anche se io non ero ancora stanco di restare.
Quelli col cavallo potevano restare ancora, ma io dovetti partire a piedi a passi forzati per arrivare a casa di giorno. Le strade per il ritorno erano due, poiché gli zii mi avevano detto che, se per caso avessi fatto tardi, avrei potuto dormire a Gnazzano dalla signora Frasina, sorella della zia Caterina. Io, invece, che, camminando forte, pensavo di arrivare in tempo, per far più presto presi un’altra strada che sembrava più corta. Purtroppo il buio ed anche la nebbia mi sorpresero in mezzo a quei grandi boschi. Non trovavo più la strada per uscirne fuori e, pur avendo sempre avuto molto coraggio, quella volta fui preso dalla disperazione. Mi incamminavo in una direzione, convinto di avvicinarmi alla meta, mentre mi allontanavo sempre di più. Questo lo capivo perché a distanza sentivo i latrati di un cane e ad un certo momento non lo sentivo più. Ormai molto stanco e disfatto mi sdraiai un po’ per riposare, tenendo le orecchie tese per ascoltare gli strani rumori del bosco. Se un topolino si muoveva in mezzo a queste foglie provocava un rumore indiavolato. Circolavano bestie selvatiche di tante specie, ma io non le vedevo. La nottata la passai in gran parte sopra una quercia con tanti rami per paura di essere molestato dalle bestie. Fu una notte lunga e terribile che non dimenticherò mai più, nella quale lottai per non addormentarmi, con il pericolo di cadere dall’albero. Finalmente spuntò l’alba e cercai subito di orientarmi. Cominciai ad incamminarmi verso la meta giusta e ad un certo momento, non molto lontano, sentii un cane abbaiare. Era il cane del contadino del fondo Lorzale. Così mi resi conto che avevo passato la nottata a circa 7 o 800 metri da casa. Quel cane che non sentivo più e che mi aveva convinto di essermi allontanato dalla meta giusta era il cane del Lorzale, che si era stancato di abbaiare oppure non aveva più motivo di farlo. Ero arrivato nei pressi della casa troppo presto dato che avevo studiato una mezza bugia per non sentirmi sgridare, ma soprattutto per non spaventare i miei. Gironzolai nei dintorni per far passare un po’ di tempo e poi andai in casa come niente fosse; tanto loro non mi avevano cercato. Avevano creduto che io avessi dormito dalla sorella della zia Caterina. La verità allo zio Venuto la raccontai dopo un bel po’ di tempo.
Anche se pochi, non mi mancarono i soldi!
Quando d’inverno venne la neve,andai a spalare la strada tra Loiano e Monghidoro ed i soldi furono lasciati tutti a me. Il paese era abbastanza vicino e nei giorni di mercato ci andavo sempre, anche perché era un paese simpatico. Ci andavo anche quando abitavamo alla Torre e dovevo fare molta strada a piedi per ascoltare il mio amico e grande poeta bolognese Ragni, quello della ‘Saracca nel cappello’.
Fu il mio maestro, colui che mi portò ad amare la poesia, facendomela sentire nel sangue. Quando andavo ad ascoltarlo volevo sempre essergli vicino per poterlo contattare.
Lui se n'era accorto e quindi cercavo di non infastidirlo anche perché, sia pure metaforicamente, si poteva ‘prendere una risposta’. Visto come lo stimavo e come mi comportavo, a volte mi prendeva in braccio dicendomi: “Diventerai un poeta”.
I suoi modi e la sua semplicità basata sul buon senso e sul realismo fornivano un’ispirazione che aiutava moralmente a vivere.
Una brutta e tarda sera del mese di giugno 1922 arrivarono al Crocione i carabinieri per portarci una brutta notizia. Lo zio Venuto, che quel mattino era andato a Bologna per affari col suo cavallo, era stato assalito e derubato per la cifra di Lire 8.500, con cui allora si compravano 4 paia di buoi. I carabinieri aggiunsero che lui stava bene, ma che sarebbe arrivato più tardi con altri mezzi, perché era un po’ stordito e con il cavallo non avrebbe potuto affrontare il viaggio di ritorno.
Pieni di sgomento, piangendo di paura, attendemmo fino alla mezzanotte, quando sentimmo un grosso camion arrivare. Sopra c’era lo zio Venuto che cominciò a dire: “State tranquilli, sto bene. Alzatevi tutti, qui c’è da lavorare molto ed in fretta”.
Ci radunammo tutti intorno a lui, grandi e piccini ad ascoltarlo; con la calma nervosa di chi è scosso ma deciso egli disse: “Bisogna caricare tutto ed in fretta perché domattina qui non deve esserci più nessuno di noi”.
Ci demmo la voce qua e là per deciderci. Jesfein, il figlio più grande, aveva come noi un dubbio, e cioè che l’accaduto avesse fatto impazzire lo zio. Voleva chiamare il dottore, ma a questo punto intervenne il padrone del camion, di nome Paganelli, che aveva avuto occasione di essere accanto allo zio prima di noi. “Venuto è deciso e sarà meglio che obbediate perché è un uomo di grande carattere ed un galantuomo ed ha molte ragioni per fare ciò che vi dice. Io farei come lui”.
Lo zio non ci diede il tempo di discutere oltre, perché ci disse urlando: “Chi mi vuole seguire mi segua. Qui in questa casa domattina ci saranno solo Ubaldo e Simon per dare le consegne del bestiame”.
Poi chiamò l’autista dicendogli: “Dammi una mano. Questi non hanno ancora capito”.
Prese la spartura e la portammo per prima sul camion a significare che chi voleva mangiare doveva andare con lui.
La spartura (madia) era l’attrezzo sul quale si impastava la farina per farci il pane.
Ciò ci decise; come dei folletti, cominciammo a caricare i letti ancora caldi e di seguito tutto il resto. La roba non era poi tanta poiché gli attrezzi erano padronali e quella casa era stata comprata a porte chiuse, cioè con tutto quello che c’era dentro, mobilio compreso. Certe altre cose di poca importanza le lasciammo lì; nello spazio di meno di due ore il camion era già in partenza. Io ed Ubaldo eravamo rimasti.
Il fatto si era consumato nelle vicinanze di Pianoro. Due ladri in bicicletta assalirono lo zio. Uno di loro fece finta di scivolare davanti al cavallo, afferrando le briglie e gridando: “Mi volete ammazzare’. Lo zio fermò immediatamente il cavallo mentre l’altro di dietro preso lo zio per la testa gettandogli un pugno di sabbia in bocca. Gli presero il portafogli e se ne andarono, mentre il cavallo, per conto suo, si diresse verso il fiume con lo zio quasi affogato.
Quando poté riprendersi, cercò per prima cosa di mettere al riparo il cavallo ed il biroccino presso una famiglia che trovò ben disposta. Trovò il mezzo per andare a Bologna dal socio Nildo Baroncini e riferirgli l’accaduto. Questi cominciò a sfotterlo dicendogli che avevano travato il fesso oppure era lui che lo zio voleva far fesso per potergli così rubare il denaro. Lo zio, di cui tutti avevano grandissima stima ed era conosciuto come un galantuomo, non poteva accettare quelle volgari accuse. Non cercò neppure di mostrare i graffi ed i segni lasciati dai ladri. Lo stato in cui si trovava era del resto ben visibile e pertanto con grande mortificazione, ma altrettanta decisione, disse a Baroncini: “Domattina venga a prendere le consegne”. Ed infilò la porta, ben deciso a non farsi umiliare.
Telegraficamente avvisò l’amico Paganelli di Vignale nei pressi di Loiano, che aveva appena comprato un camion (era il primo che si vedeva in quelle zone), di andarlo a prendere, arrivando al Crocione verso la mezzanotte.
Il mattino seguente verso le undici, mentre il camion era probabilmente già arrivato a San Gabriele di Baricella, arrivò al Crocione il socio Nildo dove trovò me ed il cigno Ubaldo. Gridò come un forsennato che avrebbe ucciso lo zio ed Ubaldo con calma gli rispose che questi era ormai ad almeno 200 chilometri di distanza. Il Baroncini gridò ancora che era meglio che lo zio Venuto si facesse costruire una casa di ferro, ma Ubaldo, per tutta risposta, gli presentò la nota dicendo: “Io le vostre cose non le conosco perciò non posso intromettermi. Lei per piacere controlli questa lista e sia tanto gentile da firmare. A suo tempo se la vedrà con mio padre”.
Dapprima avrebbe voluto che lo zio fosse stato lì, ma poi fu consigliato da altre persone e si decise a firmare.
Nel pomeriggio andammo a Livergnano da mio padre a cui portammo la notizia. Rimase stupito della cosa, ma nello stesso tempo fu orgoglioso come lo ero io del comportamento del fratello.
Aspettavamo notizie da un momento all’altro perché non sapevamo neppure con precisione dove fosse andato e come avesse fatto a decidere e trovare così presto il luogo dove andare. Ci lasciò col fiato sospeso finché il giorno dopo non arrivò il camion con lo zio che spiegò come erano andate le cose. Mio padre, che aveva tanta fiducia nel fratello, non volle discutere oltre e gli disse: “Se mi vuoi con te io sono pronto! “. Ed era quello che voleva lo zio.
L’autista e lo zio rimasero a dormire ed il mattino seguente, dopo aver parlato con il Signor Comellini, partimmo. Avevamo già caricato le nostre miserie; tutti furono felici di andare via. Soprattutto la mamma che già da tempo soffriva di tiroide e portava da anni un grosso gozzo, sotto la gola, che la infastidiva e la rendeva goffa. Le acque rosse di ferro di Baricella fecero sparire tutto in poco tempo. Fu un miracolo inaspettato e la mamma ne trasse beneficio e gioia.
Arrivammo a San Gabriele di Baricella nel fondo chiamato Fellicina verso le ore 14, ma nessuno ci aspettava anche se eravamo attesi.
Erano tutti chiusi in casa a causa dei carabinieri che li avevano avvertiti di non uscire per evitare sorprese. Iniziava così il secondo atto di quella tragedia.
Lo zio Venuto il giorno in cui venne a Bologna (lo stesso in cui fu rapinato e subì l’affronto del suo socio) andò a consultarsi con l’avvocato Zamboni suo vecchio amico. Quegli gli assicurò il suo interessamento gratuito se, anziché piegare le ginocchia, avesse voluto difendersi. E gli offrì di trasferirsi in un bel podere a Baricella libero anche subito. Raccontò le cose come stavano perché era gente d’onore, ma in verità il racconto era in parte “addomesticato”. Non aveva fatto alcun cenno ai rischi che si correvano. Il fondo era della famiglia Zamboni, tutta gente di legge. Il padre e due figli maschi erano avvocati mentre un altro era ingegnere. Il podere era stato affittato ad un contadino della zona per 18 anni con regolare scrittura. La cifra di 8.000 Lire all’anno era irrisoria per quel fondo di 26 ettari pari a 130 tornature di terreno fertile. Qualcuno aveva stimato la rendita di quel terreno a 50.000 Lire. Era dunque un affare mandare via il contadino. La scrittura era precisa e molto rigida e diceva press’a poco che il ritardo di un sol giorno nel pagamento dell’affitto comportava la risoluzione del contratto e lo sfratto immediato.
L’affittuario si era iscritto al fascio e da buon fascista trascurava con disinvoltura di pagare le rette dovute. I Signori Zamboni decisero di mettere fine a quel contratto. La forza pubblica provvide a sfrattarlo immediatamente, ma nella stalla rimasero 23 capi di bestiame (poiché si rifiutava di pagare le rette arretrate) che furono sequestrati.
Nell’attesa dell’asta pubblica, il tribunale affidò la custodia del bestiame allo stesso affittuario. Fu così che il bel cortile davanti a casa fu costantemente piantonato da due carabinieri.
Anche la nostra situazione era così piantonata e non si poteva uscire se non per fare la spesa con poche altre eccezioni. Da quella insostenibile situazione ci liberò la nonna che, d’accordo con lo zio, scrisse una lettera ad Italo Zappoli allora segretario del fascio: era figlio di latte della nonna. Il petto della Mamma Grande era ampio come la sua capacità di reagire in quella grave circostanza.
Italo Zappoli venne a trovarci e, dopo aver abbracciato la nonna, volle sapere cosa poteva fare per la donna che lo aveva allattato. Dopo aver appreso quale era la situazione, si mise a tavolino e scrisse una lettera al segretario del fascio della nostra zona, in cui diceva che la famiglia Rossi non doveva essere molestata per nessun motivo, essendo sotto la sua personale protezione. La firmò e la consegnò allo zio con la raccomandazione di portarla personalmente e di stare tranquilli perché finché avessimo fatto il nostro dovere nessuno ci avrebbe toccato.
Tutto ciò rappresentava almeno la sicurezza e la Mamma Grande si sentì ancora una volta importante; ciò le allungò sicuramente la vita.
Il giorno dopo aver consegnato la lettera alla segretaria del responsabile del fascio, venne da noi il maresciallo dei carabinieri a dirci che eravamo liberi di uscire e di lavorare i campi perché “il padreterno Zappoli era il segretario del fascio di tutta Bologna”.
Noi uscimmo dalla morsa di quella situazione e nessuno ci toccò anche nelle difficili circostanze di una lotta che continuò dura e pericolosa e che ebbe a protagonista quel cortile. Esso vide la presenza dei carabinieri, dei fascisti e di personaggi di tutte le specie e molto spesso del manganello.
Dopo quasi dieci mesi fu indetta l’asta pubblica per il bestiame e quel giorno rischiò di compromettere lo zio Venuto. Nel pomeriggio arrivò l’ufficiale giudiziario, ma, quando giunse l’ora dell’asta, non c’era ancora nessun offerente, salvo i due coraggiosi fratelli Zamboni.
Pochi minuti dopo il cortile fu invaso all’improvviso di tanti fascisti armati non di armi di fuoco, ma di manganelli, zappe, vanghe, ferri da segare il fieno, forcali e tridenti. Lo scopo era di mandare deserta l’asta, ma gli avvocati Zamboni, che conoscevano bene la legge, chiesero al giudice se potevano partecipare all’asta medesima. Il giudice, che sapeva con chi aveva a che fare, disse naturalmente di sì.
Gli Zamboni comperarono così tutto il bestiame ad un paio alla volta, man mano che si accendevano e spegnevano le candeline (erano in realtà dei cerini). Non si capì mai perché li lasciassero fare dal momento che subito dopo i fascisti tirarono fuori il manganello e cominciarono a bastonare a sangue uno dei fratelli, mentre l’altro era in casa a bere un bicchiere di acqua. Il primo riuscì comunque a girare l’angolo dove trovò la porta aperta e lo zio fu pronto a chiuderla. Quando lo interrogarono disse che se l’era dimenticata aperta, ma fu un grosso rischio.
La cosa sembrava finita lì ma non fu così. Dopo pochi giorni, gli Zamboni chiesero ai carabinieri il loro intervento per poter ritirare il bestiame. Ma, nella notte precedente alla data fissata, il solito reggimento di fascisti portò via tutto il bestiame. Quando alla mattina arrivarono i signori Zamboni con i mezzi per ritirare le bestie, i carabinieri fecero finta di essere sorpresi che la stalla fosse completamente vuota. Fu subito fatta regolare denuncia e dopo pochi giorni mio zio fu chiamato in caserma per partecipare ad una farsa. Il maresciallo voleva sapere infatti chi avesse rubato le bestie, ma lo zio, per non aver guai, disse che non aveva riconosciuto nessuno perché era chiuso in casa ed era molto buio. Il maresciallo, alzando la voce, disse che ciò era assolutamente impossibile e che lo zio doveva fare per forza dei nomi.
Lo zio allora replicò che in effetti aveva potuto vedere senza riconoscerli due carabinieri in divisa ed un maresciallo. Il maresciallo lo lasciò andare senza dire altro.
La vicenda terminò con un accomodamento, anche se la famiglia Zamboni aveva vinto nel frattempo tutte le sentenze compresa quella in Cassazione a Roma.
Eravamo nel 1923 e liberi ormai da quell’incubo.
Potemmo fare dei buoni raccolti anche perché il padrone ci venne incontro pagando le spese dell’aratura meccanica, perché senza le bestie non ci era stato possibile arare altrimenti. Il raccolto fu tale da permetterci di comperare qualche vestito e adeguarci agli altri contadini della zona. La loro accoglienza fu calorosa e ci trovammo a nostro agio, mentre per le loro usanze e loro costumi non lo fummo altrettanto. Ma il peggio fu abituarci alle loro terribili zanzare!
Poco tempo dopo quella sospirata liberazione, la famiglia si divise di comune accordo. Stava per terminare la fabbricazione di una casa con stalla in un magnifico podere confinante con il nostro. L’insistente offerta, la terra fertile, i fabbricati nuovi erano molto invitanti e, d’accordo con lo zio, che continuò sempre a proteggerci, vi andammo ad abitare.
Il podere era di proprietà di un signore molto anziano, il Signor Cantelli di Minerbio. Ci trovammo a meraviglia lavorando con passione, mentre la nostra strada arrivava ad una nuova svolta: il nostro padrone morì!
Era un galantuomo mentre l’erede, un certo Borghi di Bologna, era un fascista prepotente e non capiva niente di agricoltura. Pretendeva delle cose che, secondo noi, avrebbero peggiorato il raccolto, ma, nonostante le stupide bizzarrie, si continuò a lavorare mentre io crescevo e la Mamma Grande aveva contribuito di nascosto a comperare un mandolino per me. Seppure divisi, eravamo insieme nei campi ed alla sera nella stalla di casa sua si cantava e suonava. Era la casa dello zio Venuto dove era rimasta come ‘Azdoura’ aiutata dalla zia Caterina.
Giunse l’indimenticabile, cattiva, ma anche inevitabile notte in cui dopo avere lei cantato ed io suonato accompagnandola fino a tardi, la Mamma Grande morì. Dormiva nella stessa camera della cugina Elisa e morì d’infarto, senza neppure accorgersene, quando mancavano pochi mesi ai 100 anni.
Quella mancanza sconvolse tutti**, **ma in particolare i due figli Venuto e Giovanni perché, pur essendo un evento previsto data l’età della loro mamma, erano protagonisti di una vicenda patetica.
Dopo l’avvenuta divisione della famiglia, la Mamma Grande cercava di aiutare il figlio più bisognoso. Lo zio infatti aveva un pollaio molto grande e tante uova, anche da vendere, mentre noi no, perché il padrone nuovo aveva preteso nei patti che tenessimo poche galline chiuse nel pollaio per non recare danni ai raccolti. La nonna pensò così di portarci ogni tanto di nascosto delle uova. Mio padre tutto questo lo sapeva e lo aveva riferito al fratello dicendo: “Come faccio a respingerlo?” Lo zio rispose decisamente: “Non fare mai questo! E’ un atto dettato dal buon senso. Fa’ conto che te le dia io stesso e se hai bisogno d’altro non fare complimenti. Non siamo mai stati veramente divisi e non lo saremo mai”.
Grande fu lo sconforto quando dentro la cassetta segreta si trovarono otto uova fresche pronte per quella mattina.
“Povera mamma!” esclamò lo zio con dolore. “Chissà quale rimorso per lei se prima di morire è riuscita a capire che avremmo scoperto il segreto dei suoi umani furtarelli! “.
Avevo ormai 16 anni e per me come per tutti gli altri si concludeva un periodo della nostra vita e ne iniziava un altro.
Così, dopo aver lavorato altri due anni per il Signor Borghi e sempre d’accordo con lo zio, ci trasferimmo a Bologna e precisamente a Casaglia sul fondo chiamato ‘Cavriola’ alle dipendenze dell’Onorevole Calda, deputato del Partito Socialista ed amico di mio padre. Era il 1926.
Emma Rossi con le figlie a San Marco di Casaglia
Qui mi sposai e sono nate le mie figlie, ma questa ormai è storia di oggi.
Capitolo IX
Vita sentimentale
Emma
Dal servizio militare al matrimonio, 1933
mia vita sentimentale iniziò sui sedici anni, ma solo durante il servizio
militare la cosa acquistò un certo significato. Uscivo alla sera e mi trovavo
bene in compagnia con la figlia del contadino dove andavo a comperare un po’ di
latte con i soldi della decade. Passavamo il tempo a parlare delle nostre
costumanze ed a fare i confronti, assieme ai suoi famigliari, soprattutto
quando io raccontavo che da noi si mangiava il pane tutti i giorni e così pure
la minestra. Rimanevano increduli e meravigliati perché nel Friuli si mangiava
con “polenta e osei” e verdure. Il
grano era seminato solo nella quantità che avevano in contratto per pagare
l’affitto. Lei aveva giurato che non aveva l’intenzione di mangiare polenta per
tutta la vita ed un giorno mi disse che sarebbe venuta a trovarmi a Bologna.
Erano
trascorsi solo due mesi dal congedo che la vidi arrivare a casa mia in Cavriola
e feci molta fatica a persuaderla a tornare a casa. Chiedeva di sposarmi e mia
madre ne soffrì.
Avevo
23 anni, eravamo nel 1931 e, forse per il prestigio che avevo conquistato
commerciando, ebbi diverse occasioni di incontrare delle donne.
Finché
alla Casa di Sotto di Casaglia
incontrai Emma, la donna che mi ha definitivamente legato.
il 1932, la mamma non ce la faceva più ad accudire a quattro uomini e con i
soldi che avevo guadagnato e col consenso della famiglia affrettai i tempi e le
chiesi di sposarmi. Ciò accadde nel 1933 il giorno 30 settembre e dopo nove
mesi esatti, il 30 giugno 1934 nacque Clara. La casa parve rifiorire, le
prospettive erano buone, le iniziative fiorivano, la pace era tornata.
Rimanemmo in quel fondo ancora pochi mesi per
andare ad abitare alla Casa di Sopra di Casaglia, alle dipendenze dell’avvocato
Macciantelli. La prima decisione fu di
mettere a posto il fondo. Il ricavato del mio commercio ci consentì di mettere
il capitale rappresentato dal bestiame a metà col padrone. La stalla fu
riempita con quattro vitelloni, sei vacche da latte e da lavoro, due buoi da
timone ed un cavallo. Infine due magroni (maiali) già pronti per essere messi
“alla grassa” completarono il porcile.
1934 fu l’anno migliore per noi. Ci permettevamo il cinema a Bologna ed anche
Simon ed Emma nel giorno del loro matrimonio — 30 settembre 1933
qualche capo di vestiario.
Capitolo X
1926–1929
Il campanaro di San Luca
Casaglia, il militare, il terremoto
Il 1926 e 1927 furono anni di svago e di soddisfazioni. Avevo imparato a suonare le campane, i veri doppi a tirate basse col sistema detto “alla bolognese” e fu motivo di soddisfazione essere nominato campanaro capo alle feste di parrocchia. Frequentavo tutti i migliori campanili della provincia, compresa la torre campanaria della Basilica di S. Luca col suo campanone di 18 quintali.
Le Caserme Rosse di Corticella, dove la famiglia si trasferì nel 1951
Il 28 aprile del 1928 partii per il servizio militare per essere congedato nel 1929, anno del terremoto. Durante i 15 mesi di ferma non avevo goduto d’alcuna licenza poiché, avendo fatto il servizio premilitare, tornavo con tre mesi d’anticipo. Era una trovata fascista.
Fu un duro rientro poiché, a causa del terremoto, la mia famiglia viveva ancora all’aperto sotto le “figne” del foraggio o sotto i “birocci” carichi di fieno.
Eravamo a tavola quando mio padre disse: - Ora ci siamo tutti! Mettiamo in ordine il podere per darci forza e non arrenderci -. Proprio quella mattina il Padrone lo aveva chiamato per incoraggiarlo.
Il Padrone di allora era l’avvocato Alberto Calda, ex deputato socialista. Aveva chiamato a sé mio padre dicendogli che desiderava che il fondo fosse suo come nostro. Di tutto quello che avremmo ricavato voleva soltanto qualche simbolica primizia a compenso della sua quota spettante. Non avrebbe mai chiesto alcun prodotto poiché “il ricavato di quel fondo – disse – non mi basterebbe per vivere un sol giorno dell’anno”, mentre noi ne avevamo un gran bisogno. Lui avrebbe messo i soldi e noi la nostra buona volontà, avendone in cambio l’onore di avere un fondo ed un contadino modello. “Sarà un mo capriccio” – concluse.
Era una proposta invitante ed il fondo in poco tempo cambiò volto. Ma l’avvocato, poco dopo, morì d’infarto mentre difendeva in tribunale la causa della Bonifica Zambonelli, molto famosa a quei tempi.
Il fondo fu venduto ad una certa signora Forni di natura un po’ malefica.
Nel 1930 andammo ad abitare alla Ghisiola di San Luca alle dipendenze del Principe Don Piero Colonna. Il Padrone era una degna persona, ma il fattore un po’ meno.
Il fondo era poco redditizio e molto scomodo, mio padre attraversava un periodo critico per la sua salute ed alle coliche di fegato si aggiunse la caduta di mia madre, che già soffriva di cuore, da un olmo mentre raccoglieva la foglia per il bestiame.
La misera sviluppava le sue radici e così, di fronte alla crisi dei fratelli e d’accordo con i genitori, umiliati per non sapere reggere le sorti della famiglia, presi in mano le redini della casa.
Capitolo XI
Commerciante di semente
Piselli, fagioli e maiali
I primi commerci, 1933–1936
Le mie idee erano grandi, forse di più della mia età. Un giorno andai con mio fratello Aldo al Monte delle Formiche a comperare dei vitelloni tramite il signor Raffaele di Zula di Pianoro e subito mi chiesero dove fosse mio padre. Non gli sembrava giusto trattare cose di un certo valore con un ragazzo. Col tempo si convinsero che facevo sul serio, mantenendo le promesse e pagando sempre puntualmente secondo i patti.
Ma i miei punti di vista non erano compresi da mio padre e dai miei fratelli. Solo mia madre aveva fiducia nelle mie idee e mi incoraggiava. Non potevo ascoltare mio padre che mi rimproverava di sviare i fratelli e pur con tutto il rispetto per la sua sapienza non riuscivo a prendere in considerazione i suoi consigli poiché ci avrebbero condotti ad un punto morto. Dovevo andare “giù duro”.
La prima occasione fu rappresentata dalla forte nevicata del 1933. Proposi ai miei fratelli di scendere con me in città a spalare la neve sui tetti: pagavano bene per quel lavoro pericoloso! I miei fratelli ebbero paura ed io invece, forte del mio coraggio, guadagnai il gruzzolo con cui dare la forza necessaria alle mie iniziative.
Il porcile dove si teneva il maiale da macello per l’anno successivo era vuoto poiché mancavano i soldi per comperarlo. Con i soldi appena guadagnati comperai una scrofa incinta con due quintali di mangime per mantenerla. Poco tempo dopo la scrofa partorì 13 maialini che vendetti per una bella somma. Poiché si parlava ancora di mandarmi fuori casa minacciai di portare via la scrofa, anche se il guadagno lo davo comunque in casa perché lo scopo di tutta questa attività era risollevare la famiglia da quella situazione di miseria.
Nel frattempo avevo intrapreso il commercio di semente di piselli. Gli abitanti di città a quei tempi ne consumavano molti e guai se non erano di Casaglia o di San Luca! Ogni contadino ne seminava, in media, dai trenta ai quaranta chili ed in primavera le nostre colline erano tutto un verdeggiare di piselli.
In pochi avevano capito che per avere un buon prodotto occorreva semente selezionata. Si potevano vedere produzioni sgambolate, gambi più corte o gambi più lunghi, fiori bianchi ed anche fiori rossi e tutto perché la semente non era pura.
Così una mattina di buon ora presi il treno e andai a trovare un amico, conosciuto durante la naia, il quale coltivava meloni e cocomeri. Alla mia richiesta di coltivare per me piselli selezionati rispose mostrandomi i suoi campi dove coltivava piselli di una bellezza straordinaria e pieni di baccelli. Li seminava per avere diversificare la produzione ed usava semente selezionata poiché altrimenti la produzione sarebbe stata la metà. La usava come biada per il bestiame e costava solo 70 lire al quintale. Ne ordinai subito otto quintali.
Era un grande quantitativo, ma sapevo anche che mi conoscevano come persona affidabile. Tuttavia da me non avevano mai comperato semente di piselli! La merce era sicura e costava poco ed allora misi fuori la voce che chi voleva semente di piselli sicura poteva venirla a ritirare senza soldi. Avrebbero pagato il prezzo di 300 lire a quintale solo a raccolto avvenuto. Vendetti tutto in breve tempo alle fattorie, ai caporali d’azienda, ai contadini ed a suo tempo fu tutta pagata e la clientela fatta. Ne acquistai fino a 19 quintali!
Commerciai in maiali senza cercarli. Quando avevano bisogno di soldi me li proponevano, sapevano che pagavo subito.
Iniziai con le sementi di fagiolini di qualità speciale, appena messa sul mercato, i “metis san fiacher” e altre qualità. Li comperavo per la famosa Ditta Sgaravatti di Padova, specializzata in sementi.
In quell’anno si trovavano fagiolini in molti nei paesi della bassa pianura bolognese, come Minerbio, Altedo, Molinella ed altre diverse zone della Bassa. Non avevo alcun problema, né di soldi né di trasporto poiché pensavano a tutto loro. Ritiravano, pagavano col prezzo da me pattuito prima. Guadagnavo molto bene poiché li compravo con forti margini.
I fagioli di tipo americano o borlotti non mi interessavano perché erano fagioli da mangiare in grana e costavano di più. Quelli ricercati dalla Ditta Sgaravatti erano sementi da lavorare e selezionare per la produzione di fagioli da bacello, da consumare come verdura e quindi non buoni da consumare in grana. Per questo motivo si potevano comperare a buon prezzo poiché nessuno li cercava e quell’anno ce n’erano tanti. Commerciai oltre un centinaio di quintali di fagioli, li pagavo dieci soldi al chilo e la Ditta Sgaravatti me li pagava 1,5 lire con un incasso di 15.000 lire. Comperai subito un cavallo di cui avevo un gran bisogno per portare la frutta e la verdura “in piazza” e lo pagai otto carte da 100 lire.
Nonostante tutto nessuno nella mia famiglia riusciva a credere nel mio successo, forse per invidia ed io continuai a lavorare da solo. La mia famiglia mi rimproverava dicendo che non era giusto che andassi in giro ben vestito con tanto di cravatta, come si conveniva ad un commerciante, mentre loro zappavano tutto il giorno con fatica e sudore e parlavano di mettermi fuori di casa.
Per ragioni legate al mio commercio dovevo andare anche lontano e lasciavo detto di non preoccuparsi se qualche sera non fossi rientrato a casa. Finché a San Gabriele di Varicella mi fermai per tre giorni dallo zio Venuto. Tanto bastò da mettere in allarme la mia famiglia. Mi vennero a cercare chiedendomi di tornare a casa dove avrei potuto fare quello che credevo giusto. E così fu.
Capitolo XII
Gli anni della sfortuna
Epidemie e partenza per Bologna
L'Aftaepizotica e la fine della mezzadria
Nel 1935 nella nostra stalla ci fu un’epidemia d’aborto infettivo. Tutte le vacche abortirono ed una morì. Tutte furono mandate al macello vendendole sottoprezzo. Ma con qualche sacrificio e qualche debito ricostruimmo la stalla.
Nella primavera del 1936 arrivò l’Aftaepizotica che fece strage di tutte le nostre risorse e determinò la frantumazione della nostra famiglia.
Lo zio Giorgio andò ad abitare a Bologna in Via degli Orti.
L’avvocato Macciantelli, molto amareggiato, mi convinse a non partire perché ero il perno della famiglia e mi assegnò la casa padronale lì vicino.
I miei genitori, storditi, non volevano più dare consigli e mio padre giunse a gettare la statuetta di San Antonio che era custodita in una nicchia.
Così infine decisi di andare a Bologna a cercarmi un lavoro ed in breve tempo ottenni la licenza per gestire un posteggio di frutta e verdura nel mercato coperto di Via Ugo Bassi. Facevo la spola da Casaglia a Bologna con la bicicletta. Avevo comperato un furgoncino a pedali d’occasione e lo utilizzavo per fare la spesa di frutta e verdura al mercato di Via Fioravanti ed arrivare puntuale alle 7,30 al posteggio di Via Ugo Bassi. Tutto questo durò dal settembre 1937 all’ottobre 1938 interrotto dall’incendio del mio posteggio. Il giornale di quella mattina diceva “Incendio al mercato di Via Ugo Bassi: molto fumo e pochi danni”, ma la mia merce era bruciata tutta. Ci volle una sentenza per ottenere l’indennizzo, dopo di che chiesi ed ottenni di commutare la licenza di posteggio in licenza d’ambulante. Così col mio furgoncino cominciai a fare l’ambulante per le strade vendendo limoni prima e frutta e verdura poi
Capitolo XIII
Commerciante di frutta e verdura
Via Ugo Bassi e Via Malvolta
Bologna, 1937–1941
Nel maggio 1939, dopo essermi assicurato che l’avvocato Macciantelli avrebbe tenuto sul fondo mio fratello Aldo ed i miei genitori, andai ad abitare a Bologna in Via Parisio n. 36 da Cuppini. Qui conobbi un certo Giorgio Farina che possedeva un motofurgone grosso e col quale costituimmo una società ambulante, smerciando derrate ortofrutticole in ogni direzione, anche molto lontane della provincia di Bologna e dell’Emilia Romagna.
Frequentavamo molti mercati di frutta e verdura e spesso si comperava fuori per rivendere tutto al mercato di Bologna, come le mele acquistate in blocchi nel Svignano, nel Vignolese e a San Bartolomeo in Bosco.
La campagna migliore era quella dei cocomeri di cui acquistavamo grosse partite da Molinella e nel Persicetano. Dopo ogni partita venduta avveniva la suddivisione immediata in tre parti del ricavato: una per me, una per lui ed una per il furgone e le spese sostenute.
Verso la fine del 1939 mi era stata concessa una seconda licenza di frutta e verdura per aprire un chiosco in Via Parisio al n. 8. Io andavo a fare la spesa la mattina presto ed al resto pensava mia moglie, mentre durante il giorno io e l’amico Farina tornavamo al mercato per comperare ancora merce d’occasione da vendere nei paesi.
Nonostante tutto la società col Farina non era di mio gradimento. Era un uomo scaltro ed io non “digerivo” alcuni dei suoi comportamenti, ma mi mancavano i mezzi per fare da solo.
Pur lavorando con me il Farina faceva dei servizi anche per un grossista che gli procurava mele dalla campagna. Un giorno, avendo saputo dal grossista di una partita di mele che faceva al caso nostro e di cui era già stato fissato il prezzo, mi disse:
- Domattina andrò a caricare le mele. Prima di andare a prendere il Padrone nasconditi fra le cassette vuote sul furgone ed aspetta. Quando saremo sul posto ci fermeremo a bere il caffè. Dietro al bar troverai un contadino di nome Ramerino. Scendi e compra le mele. È già stato tutto fissato dal Padrone, ma tu tira un po’ sul prezzo perché tra loro non è stata detta la parola definitiva. Fatti trovare sul ponticello li accanto. Io ti vedrò per caso e ti darò un passaggio. Tu eri qui in giro dal giorno prima per ragioni di commercio. –
Quando dopo aver concluso l’affare ci incontrammo anch’io avrei creduto che fosse un incontro fortuito.
- Come mai da queste parti ?
- Sono venuto a trovare un parente e proprio ora ho acquistato a buon prezzo una partita di mele da un certo Ramerino.
Il grossista, che mi conosceva bene, si rammaricò di non avere concluso un così buon affare il giorno prima.
Nell’autunno del 1940 andammo al mercato alla ricerca di merce da battaglia. Un grossista voleva venderci una partita di marroni grossi e belli. Un amico ci aveva informati però che una mezz’ora prima era passata la commissione d’igiene che aveva diffidato la partita perché aveva fatto qualche verme. Avevano concesso 24 ore per vendere la partita dopo di ché avrebbero messo la creolina e li avrebbero avviati al macero. Il prezzo di mercato della merce era di 2,80 lire al chilo, ma il grossista, pur di disfarsi della partita, ce li vendeva tutti al costo di 0,30 lire al chilo. Una “canzonetta”! Rimaneva il problema dei marroni col verme poiché il costo della manodopera per selezionarli avrebbe inciso sul prezzo. Li buttammo dentro vasche piene d’acqua, schiumando quelli che venivano a galla con una apposita graticola. Quelli che rimanevano avrebbero dovuto essere tutti sani. Li vendemmo tutti ed i marroni bagnati compensarono nel peso quelli bagnati. Adducemmo la scusa che le giornate erano piovose ed il nostro autocarro non aveva il telone. Li vendemmo tutti a Budrio ad una lira al chilo.
Qualche tempo dopo ripassammo da quel paese ed un vecchietto ci chiese se avevamo venduto noi quella partita di marroni. Rispondemmo di sì e chiedemmo se erano andati bene.
- Per il prezzo che li abbiamo pagati sono andati bene, ma non erano marroni per noi! Dovevate portarli ad Hitler per fare la traversata della Manica perché stavano tutti a galla ! -
Tutto ciò durò fino al primo gennaio del 1941 quando vendetti il negozio al mio socio Farina e andai a fare la campagna allo zuccherificio di Bologna. Si dovevano scaricare le barbabietole con una pala di legno. Era un lavoro faticoso e snervante a causa del grande calore. La campagna durava circa due mesi e la paga, più che doppia facendo i turni di notte, era sufficiente per vivere sei mesi. Ci andai per due anni.
Venduto il chiosco di Via Parisio avevo comprato un altro negozio di frutta e verdura, ma chiuso, in via Domenico Zampieri da una certa Ramponi Argentina. Con quella licenza, avuto il regolare trasferimento, avevo già aperto un altro negozio sempre di frutta e verdura in Via Malvolta n. 9. Io andavo a fare la spesa mentre la gestione era in mano ad Emma.
In quel periodo mi fu offerto un cinema: il Gianni di Chiesa Nuova. Interpellai Silvio,il marito di mia cugina Elisa che faceva la maschera al cinema Rappini, e lui mi disse che era un grosso affare e si propose come socio. Interpellai la padrona che abitava sul ponte di Galliera.
- Se pensa che glielo dia per lo stesso prezzo di prima, 18.000 lire all’anno, non ne facciamo niente! Ora ne chiedo 50.000, trattabili ! – E mi dette tre giorni di tempo.
Il marito di mia cugina si era pentito, per ragioni di salute. Andai dunque dall’amico ed avvocato Giuseppe Calda, figlio dell’ex deputato Alberto che ne fu entusiasta e si propose come socio. Andai di gran fretta dalla padrona, ma i tre giorni erano scaduti il giorno prima ed il cinema, con mia grande delusione, era già stato affittato per 75.000 lire.
La famiglia Rossi a San Marco durante la guerra
Forse perché ero in commercio ed avevo un negozio pensavano che fossi un uomo ricco. Questa volta mi fu offerta una giostra volante sull’acqua. Andai a vederla: era una montagna di materiale pronto all’uso, ben curato ed imballato vicino a Chiesa Nuova. La vendevano per la morte del titolare a 15.000 lire, ma, a conti fatti con l’amico Farina, non era molto conveniente perché mancavano i soldi per comperare una carovana per poterla trasportare in giro. Era il maggio del 1942 e Farina fu richiamato alle armi i primi di giugno.
Capitolo XIV
Richiamato
Il servizio militare in guerra
Frassinoro, Trieste, Bologna — 1942–1943
fui richiamato nel settembre dello stesso anno. Chiusi tutte le mie attività,
Eugenio Rossi in uniforme da carabiniere aggiunto, 1943
compreso il negozio, e trasferii la mia famiglia, Emma, Clara di otto anni e
Pina di cinque dagli suoceri a San marco di Casaglia dove rimasero fino alla
fine della guerra. Io partii per Forlì, mobilitato in un battaglione bis. La
mia prima destinazione la diga di
Fontanaluccia nel comune di Frassinoro di Modena. C’era aria buona a 1000 metri
d’altitudine ed eravamo in sei più un caporal maggiore, certo Franchini di
Mirandola.
comando di battaglione era rimasto a Modena e venivano ad ispezionarci una
volta alla settimana. Eravamo troppo lontani per inviarci il rancio e ci
mandavano le nostre spettanze in soldi con i quali noi acquistavamo il doppio
di quanto si poteva avere in caserma perché nessuno ci rubava sopra.
tenente Medici veniva su tutte le settimane e mangiava con noi. Ci chiese se i
soldi bastavano per un vitto così ricco e rise. Noi chiedemmo perché ci davano
tanti soldi e lui rispose che ci davano solo quelli che ci spettavano.
Perché allora si mangia così male in caserma? -
E lui, preso un pugno di sabbia tra le mani rispose:
Tutte le volte che passa da una mano all’altra qualche granellino si perde
sempre.
montagna si comprava molto bene ed il tenente non mancava mai di venirci a
trovare ed a mandare in permesso me, che ero l’unico di Bologna. Non mancavo
mai di procurare burro, prosciutto e salame ed altra roba buona e saporita. La
trasportavo in una valigia che mi aveva procurato con serratura speciale ed un
targhetta con scritto:segreti militari.
volta mi fermarono a Porta d’Azeglio i vigili dell’Annonaria e pretesero che
aprissi la valigia. Risposi – secondo le istruzioni – che non poteva essere
aperta da nessuno all’infuori del Comando di Presidio. Mi accompagnarono al
Presidio. Entrai prima io, poi loro. I vigili ebbero l’encomio solenne ed io
altri cinque giorni di permesso, oltre ai due che già avevo, per meriti di
servizio eccezionali! Non seppi più nulla del contenuto della valigia, né a me
interessava. Il traffico continuò, ma poco dopo cominciò a nevicare. Fummo
avvisati di fare scorta per non rimanere isolati e senza viveri, ma lassù, a
Piandelagotti c’era anche la stazione dei carabinieri che ci dava fiducia. Per
due mesi non venne nessuno ad ispezionarci,. Gli abitanti di quelle montagne ci
raggiungevano con le slitte per chiedere se avevamo bisogno e ci portavano
diverse provviste. Avevamo comperato sue sacchine di pane, la posta ce la
portavano i borghesi e per far passare il tempo quando non si era di guardia o
di cucina, mi ero fatto portare alcuni arnesi da carpentiere e la “rapetta” per
scavare. La gente del luogo era specialista nel lavorare il legno di faggio
facendo “palozzi” per spalare la neve, zoccoli molto belli che chiamavano
“ciupin”, forchettoni per girare la minestra , forchette e cucchiai.
mangiava e bevevo molto bene, ma a turno si doveva montare la sentinella
per 8 ore al giorno alla diga di
Fontanaluccia, quella che alimentava le centrali elettriche del Ferneto. Il
ponte sulla diga era lungo 300 metri con una profondità di 38 e su di esso
correva una strada abbastanza
frequentata. Dalla garrita sul ponte si gridava altolà e si perquisivano tutti
quelli che passavano per paura di attentati. Nel nostro corpo di guardia non
avevamo telefono che era invece poco lontano presso il custode della diga. La
consegna da Modena era sparare a vista a chiunque fosse stato avvistato in
fondo alla diga, ma non era facile controllare perché si doveva allo stesso
tempo controllare il passaggio delle persone sul ponte. Dovevamo fermarli,
frugarli ed in qualche caso piantonare i sospetti per fare accertamenti. C’era
sempre il pericolo di essere ammazzati ed il corpo di guardia era a duecento
metri dalla garitta dove c’era il campanello d’allarmi. Non eravamo in prima
linea, ma il servizio di guardia ci faceva sentire in guerra ugualmente.
notte terribile per il freddo e la neve ero di guardia sul ponte, quando sentii
dei passi in fondo alla diga. Sembrava
impossibile, ma qualcuno era la in fondo in quella notte terribile anche se non
la si poteva vedere.
Gridai
chi và là, aggiungendo subito dopo alto là e mani in alto. Da laggiù si udiva un borbottio incomprensibile.
Suonai l’allarme e dopo pochi attimi arrivò il capo posto con tutti i compagni
armati e spaventati. L’idea di gettare una bomba a mano fu scartata per paura
di provocare la rottura della diga. Chiunque fosse laggiù era certamente
immobile ed intirizzito poiché non si sentiva più la sua voce. Fu chiamato il custode
della diga che ci rassicurò dicendoci che si trattava quasi sicuramente del
fabbro addetto ai lavori bassi della diga della cui presenza il comando di
Modena non ci aveva avvertito. Trovammo quel povero diavolo più morto che vivo
dal freddo e dalla stanchezza. Era stato con le mani alzate per più di mezzora,
con la paura di essere visto anche da
quell’altezza e col buio era impossibile. Ma questo lui non lo sapeva.
tre mesi successivi tutto andò bene anche se dovemmo liberare la nostra baracca
dalla neve ed aprire la strada per
quasi due kilometri.
non avevamo parlato di quanto era accaduto, ma
non eravamo tranquilli. La notizia era circolata e nostri amici del
paese andavano dicendo di fare
attenzione, perché di fascisti da quelle parti ce n’erano troppi.
Capitolo XV
La guerra
Auresina e i partigiani slavi
Trieste, 1943
mattina, senza preavviso, arrivò da Modena a Frassinoro un camion con i soldati
del cambio. Facemmo in fretta lo zaino e partimmo per Forlì dove ci
equipaggiammo di nuovo. Nuove armi per formare un nuovo battaglione bis T. in
partenza per la Jugoslavia. Facemmo istruzione marciando nella piazza d’armi
quasi sempre di corsa, cantando prima dei pasti l’inno fascista. Ci fecero due
volte la puntura che dicevano fosse una droga per il coraggio. Il battaglione
si componeva per metà di soldati regolari e per metà milizia in camicia nera.
Per comandante avevano messo un capitano fascista e addirittura un gerarca
molto duro, un certo Braghin. Partimmo dopo dieci giorni. Raggiunta la stazione
ci fecero salire su di una vecchia tradotta militare con sopra paglia vecchia e
sporca e dovemmo cantare per quattro ore, tanto durò il viaggio, l’inno
fascista.
Raggiunta
Auresina di notte, abbiamo sentito di essere in guerra. Con lo zaino
affardellato abbiamo percorso carponi un paio di silometri lungo la ferrovia.
Si udivano gli spari quando raggiungemmo la postazione. Ci gettammo sullo
zaino, stretti uno all’altro, in quel camerone senza brande e senza paglia
appena abbandonato forse da altri soldati o da partigiani e li facemmo giorno
assieme ai pidocchi. La mattina ci sistemammo alla buona come sacchi di patate.
comando di battaglione fu impostato a Trieste, mentre la nostra IV compagnia
rimase ad Auresina come servizio di guardacoste contro i partigiani slavi. La
compagnia, comandata da un capitano della milizia fascista, era composta da una
cinquantina di militi vestiti con la berretta e la camicia nera e da molti
altri soldati regolari. Il capitano, che era un fanatico, ci faceva cantare
prima del rancio l’inno dei fascisti. Fu per questa ragione che caddi in disgrazia, poiché in un giorno di
cattivo umore per la notizia che le bambine erano ammalate d’influenza grave,
non cantai assieme agli altri. Il capitano mi venne vicino, mi tirò forte le
orecchie e mi diede un calcio nel sedere.
Ho scoperto un bolscevico! -
Disse
Alla prima occasione ti farò
morire. Per questo c’è anche la fucilazione!
Qualche
tempo dopo mi straferi alla stazione dei carabinieri di Auresina. Era un
servizio duro, con pattugliamenti giornalieri, di giorno e di notte, di 12 ore
su 24. Si usciva in due di giorno e quattro di notte a coppie una dopo l’altra.